RenzoBechini

MAESTRO LIUTAIO

STORIA DELLA MIA VITA LAVORATIVA

Scritta dal maestro tra il 1990 ed il 1994

I PARTE - Mio padre e la mia fanciullezza

Il mio babbo nacque a Pisa nel rione di Porta a mare nell'anno 1876 e ivi morì nel 1950.

Faceva il fabbro ferraio: lavorava in una piccola bottega affumicata, ma attrezzata perfettamente per poter eseguire ogni genere di lavoro nel suo ramo.

L'attrezzatura però era estremamente primitiva: non vi era macchinario di nessun genere ed ogni tipo di lavoro veniva eseguito a mano. Era un fabbro considerato un vero artista del suo lavoro, per cui molto stimato e ricercato da una larga e svariata clientela.

Per le sue note capacità fu nominato fabbro di Casa Reale della tenuta di San Rossore e della tenuta di Tombolo (Pisa).

Era specialista nella costruzione di utensili da taglio per boscaioli; utensili agricoli per i contadini; nonché abile maniscalco, magnano e arrotino. Costruiva inoltre vari tipi di coltelli a manico fisso e a serramanico per uso domestico.

Io sono nato il 19 gennaio 1911 nello stesso rione di Porta a mare. Già dall'età di otto anni ero solito passare alcune ore in quella nera stamberga, dove quasi costantemente ristagnava un fumo più o meno denso prodotto dal carbone fossile che bruciava nella fucina.

Voglio precisare che questa mia presenza nella bottega non era sempre di mia iniziativa, ma molto spesso una richiesta da parte del mio babbo, il quale non avendo nessun dipendente aveva sovente bisogno di aiuto. Pochissimo tempo invece dedicavo ai compiti della scuola elementare, per cui il progredire dei miei studi era veramente stentato, e lo prova il fatto che ad ogni fine anno scolastico ero regolarmente rimandato in due o tre materie che, bene o male, riparavo ad ottobre dopo regolari lezioni private.

Così, anno dopo anno, e non senza grandi sforzi, completai la mia carriera scolastica con la quinta elementare interrotta a metà, perché già prevista la conclusione dell'anno scolastico con una sicura bocciatura.

Se questa conclusione dei miei studi elementari fu un gran dispiacere per la mia mamma, non lo fu altrettanto per mio padre, che certamente nel suo intimo credeva di vedere in me un continuatore della sua arte! Questo suo desiderio, penso, derivava certamente dalla sua profonda passione per il suo lavoro, per cui era portato istintivamente ad esaltare il suo mestiere come la migliore delle professioni! Aveva fatto soltanto la terza elementare, e all'età di 10-11 anni andò come ragazzo di bottega presso un fabbro distante da Pisa circa quattro chilometri (località Albavola, prima di Migliarino) che percorreva a piedi ogni giorno.

Fu certamente un allievo esemplare, poiché dopo pochi anni, e cioè poco più che adolescente, fu in grado di impiantare in proprio la sua prima bottega di fabbro.

II PARTE - Il primo mestiere

La liberazione dal giogo scolastico rappresentò per me una gioia indicibile e proprio da questo punto comincia la mia rocambolesca vita lavorativa.

Nella bottega in compagnia del mio babbo mi trovai subito a mio agio e in breve tempo, anche per la poca pratica già acquisita in precedenza, cominciai a fare piccoli lavori in ferro, ma più che altro ero impegnato ad aiutare mio padre. Erano piccole mansioni semplici ma molto necessarie e cioè: girare a mano per mezzo di una manovella la ventola del ventilatore, il cui soffio, attraverso un tubo comunicante con la fucina, manteneva infuocato il carbone fossile al fine di ottenere una temperatura sufficiente per rendere il ferro incandescente e quindi malleabile per la forgiatura. Era veramente affascinante vedere il ferro informe e rovente trasformarsi sotto i colpi di martello in una forma di oggetto ben definito che poteva essere: un ferro di cavallo, una scure, una falce, un vomere, un coltello e tanti altri attrezzi. Quando era necessario fare dei fori precisi su certi utensili particolari anche per questo ero impegnato per fare azionare un grosso trapano a mano, a mezzo di una manovella che richiedeva una certa fatica. Se il mio babbo era impegnato come arrotino anche per questo era necessario il mio aiuto (se non era presente il cliente) perché anche la mola, come il trapano, si azionava a mano mediante una grande puleggia (circa due metri di diametro) congiunta ad una puleggia di piccolo diametro da una grossa corda di canapa; sullo stesso asse della piccola puleggia era inserita la grande mola ad acqua.

Il cliente che aveva bisogno dell'opera dell'arrotino, oltre a pagare, aveva l'obbligo di far girare con la forza delle proprie braccia la grande puleggia mediante la manovella. Tra i più vari lavori che venivano eseguiti capitava assai spesso di dover ferrare un cavallo, oppure un asino e certe volte anche un bove. In tutte le operazioni di preparazione e quindi in ultimo il fissaggio del ferro allo zoccolo del cavallo o di altro quadrupede, io avevo il compito di porgere a mio padre tutti quei vari attrezzi necessari per tutte le fasi di lavoro, che egli mi richiedeva in continuazione. Se il lavoro di ferratura veniva eseguito durante la stagione estiva era mio compito di scacciare le mosche ed i tafani che, molestando il cavallo - o altra bestia - rendevano irrequieti questi animali che, con i loro movimenti nervosi, ostacolavano il lavoro del maniscalco.

Il mio apprendistato progrediva rapidamente, tanto che potevo con una certa maestria eseguire piccoli lavori artigianali. Ciò che più mi dava diletto era la costruzione dei coltelli a serramanico. Io stesso forgiavo la lama in acciaio, lavorando a martello sull'incudine e quindi rifinendola a lima. A questo punto iniziavo la costruzione del manico in legno di bosso. Quest'operazione finale mi esaltava: la materia legno esercitava in me un fascino tutto particolare. Ricordo che, qualche tempo dopo, con lo stesso legno di bosso, volli scolpire una testina di cane che ancora conservo in ricordo di quel tempo lontano.

Naturalmente durante la stagione estiva facevo saltuariamente qualche giorno di vacanza ed immancabilmente consisteva nel trascorrere questi brevi periodi dai miei nonni materni, famiglia patriarcale e contadina, non molto distante dalla casa dei miei genitori. Il ricordo di quei tempi è molto vivo nella mia memoria anche perché rappresentavano momenti di estrema gioia e tanta felicità per l'affetto che avevano per me i miei nonni (Palmiro e Artemisia).

Nella bella vecchia casa colonica vivevano, oltre ai miei avi, il fratello di mio nonno, di nome Pasquale, con la propria moglie e cinque figli e inoltre mio zio Alberto, figlio dei miei nonni, formando così un nucleo familiare di una decina di persone.

Al piano terra, per tutta la sua lunghezza, l'edificio si componeva in quest'ordine: la stalla per le mucche e il pollaio; la grande cucina con un monumentale focolare a legna; il portico con il tino e per ultimo il forno per la cottura del pane. All'interno della cucina, per una scala di pietra, si saliva al piano superiore dove erano situate le camere da letto ed il granaio.

Ogni fase della raccolta dei prodotti dei campi era per me una grande festa. Aiutavo per la falciatura del grano (naturalmente a mano); la legatura dei "mannelli"; il carico di questi sul carro verniciato di rosso, trainato da due bovi bianchi per trasportare il carico alla casa contadina e quindi fare la catasta dei mannelli nel mezzo dell'aia in attesa della imminente trebbiatura. Questa ultima fase rappresentava veramente una festa eccezionale, non solo per noi ragazzi ma per l'intera famiglia. Partecipavano, invitati a dare una mano, alcuni componenti della famiglia contadina amica e vicina che poi, a loro volta, erano ricambiati dello stesso aiuto e per la stessa occasione.

Una ditta specializzata per la trebbiatura, che serviva un contadino dopo l'altro, trasportava a mezzo di bovi i due gruppi di macchinario sull'aia del contadino. Una grande macchina era rappresentata dalla trebbiatrice vera e propria, e l'altra era una macchina a vapore che, per mezzo di una lunga cinghia di cuoio, trasmetteva il movimento alla trebbiatrice. Si può immaginare il fascino che esercitava su noi ragazzi, che conoscevamo e vedevamo solamente qualche rara bicicletta! Trovarsi di fronte a queste gigantesche macchine in funzione soltanto per pochi giorni e sempre a distanza di un anno intero! L'inizio della trebbiatura avveniva di solito nelle prime ore del mattino e, a seconda della quantità del raccolto, poteva protrarsi alle ore pomeridiane. Il finale di questa bella festa si concludeva con la grande cena in un'atmosfera di gioia e di allegria collettiva specialmente se il raccolto era stato di buona qualità e abbondante.

Un'altra occasione di gioiosa festa campestre avveniva durante il periodo della vendemmia a cui erano invitati, per l'aiuto nelle varie fasi della raccolta, parenti ed amici. In maggior numero erano adibiti a staccare le pigne d'uva dai tralci carichi; altri si occupavano di pigiare l'uva nelle bigonce; i più forti, abituati alla fatica, prendevano a spalla le bigonce piene di mosto e andavano a rovesciarne il contenuto nella botte di forma particolare situata sopra il carro. Quando questa era quasi piena, il carro trainato dai bovi si avviava alla casa colonica ed il mosto in essa contenuto veniva travasato nel tino. A tutte queste fasi di lavoro, dopo alcuni giorni di fermentazione del mosto, seguiva la svinatura. In questo periodo della svinatura io avevo un incarico particolare, e cioè: io dovevo recarmi da ogni contadino cliente di mio padre che avesse terminato la svinatura; da ognuno di loro dovevo ritirare un fiasco grande (tre litri) di vino nuovo, quale compenso supplementare per piccoli lavori eseguiti durante l'anno.

Un altro compito simile, sempre riservato a me, si ripeteva durante le feste pasquali e consisteva, da parte dei soliti contadini, nel donare a loro piacere un certo numero di uova di gallina esprimendo con tale offerta il loro augurio pasquale. Tanti e tanti altri piccoli avvenimenti più o meno piacevoli li ho vivi nella mia memoria e li ricordo con tanta nostalgia, in particolare quelli di vita contadina nella casa dei miei affettuosi nonni.

III PARTE - La rivelazione musicale

Inaspettatamente, all'età di circa quattordici anni, avvennero alcuni fatti che in seguito dovevano dare una svolta decisiva all'indirizzo della mia vita lavorativa. Un giovane nostro conoscente che si chiamava con un nome molto strano (Mambrino Cosci) abitante non molto distante dalla nostra abitazione, già da qualche mese aveva iniziato lo studio del violino prendendo lezioni da un anziano maestro, di nome Ricci, che non era però un violinista, ma un modesto suonatore d'organo addetto come organista della chiesa parrocchiale del nostro rione. Fu così che anche mio fratello Mauro, di tre anni e mezzo maggiore di me, fu contagiato dall'amico Mambrino e risolutamente iniziò anch'egli lo studio del difficile strumento ad arco ed ovviamente sotto la guida dello stesso maestro d'organo.

Io devo dire che rimasi assolutamente indifferente al fascino di quei suoni molto più simili a dei rumori stridenti e molto fastidiosi. Questo avveniva all'inizio degli anni venti, epoca in cui nella città di Pisa vi erano soltanto tre cinema e un teatro per l'opera lirica; edificio tradizionale di bellissima architettura, dove solo una volta l'anno vi si rappresentava la consueta stagione quaresimale di opere liriche. Fino a questo momento ignoravo questo genere di spettacolo per cui ovviamente ignoravo anche il vero suono dei meravigliosi strumenti ad arco suonati da veri professionisti.

Fu più o meno in questo periodo che venne inaugurato nel centro della città, come avvenimento di grande risonanza, il gran caffè concerto in Piazza Vittorio Emanuele III e chiamato appunto Caffè Savoia.

La piccola orchestra che si esibiva in questo ampio e lussuoso locale era composta di elementi di primissimo ordine, la cui direzione era affidata al primo violino, professor Arturo Barghini, violinista eccellente di rinomata fama. Un pomeriggio di una domenica d'inverno, accompagnato dai miei genitori, ebbi il piacere di fare l'ingresso per la prima volta in questo favoloso ritrovo mondano. In questo locale con una sola consumazione potevamo restare a lungo, per cui era l'occasione propizia per ascoltare vari pezzi di musica di autori classici. L'impressione che ne provai, ben essendo la prima volta, fu straordinaria e sperai tanto di poter ripetere al più presto questa interessante esperienza. Infatti ritornammo molte altre volte al Caffè Savoia durante l'inverno, come pure nelle belle serate estive, quando il complesso orchestrale si esibiva all'aperto. La voglia di tornare spesso all'ascolto di una musica sconosciuta fino allora, tanto a me quanto ai miei genitori, dipese molto dal fascino che esercitò quella musica divina sulla sensibilità della mia mamma.

Passarono ancora alcuni mesi durante i quali mio fratello aveva decisamente abbandonato l'idea di diventare un violinista, scoraggiato dalle grandi difficoltà che presenta tale carriera, specialmente affrontando lo studio di uno strumento così difficile come il violino con un insegnante suonatore d'organo!

Io intanto ero tormentato dal fascino di questo magico strumento, tanto che un bel giorno molto coraggiosamente espressi il desiderio di iniziarne lo studio, ovviamente non con un maestro d'organo, ma con un autentico violinista.

Il violino era già in casa; i miei genitori, specialmente la mia mamma, furono soddisfatti di questa mia decisione e quindi non restò che andare dal maestro Arturo Barghini, violinista e direttore dell'orchestra del Caffè Savoia, fissare il giorno della prima lezione e stabilire il costo che fu pattuito nella misura di trenta lire mensili per due lezioni settimanali.

Fui molto felice di questa mia nuova impresa e naturalmente iniziai con grande entusiasmo e tanta volontà, tanto che i progressi fin dall'inizio furono soddisfacenti, ma... al tempo stesso si manifestava in me un graduale distacco dal lavoro artigianale di fabbro che tanto mi aveva entusiasmato qualche anno prima. Inoltre il mio babbo assai spesso aveva bisogno del mio aiuto e talvolta per lavori assai faticosi, per cui le mie mani si indurivano, a danno notevole per lo studio del violino perché con il progredire della tecnica era richiesta una maggiore agilità e qualche ora in più di studio. Un giorno, mentre tornavo a casa dopo il termine della lezione, passando davanti ad una bottega di barbiere, il cui proprietario, non avendo al momento nessuno cliente, se ne stava in piedi sulla porta del suo negozio fumando una sigaretta. Quando gli fui a pochi passi, vedendomi con il caratteristico astuccio da violino, mi fece cenno di fermarmi desiderando chiedermi delle informazioni riguardo allo studio del violino e cioè: chi era il mio insegnante; da quanto tempo avevo iniziato lo studio; quanto costavano le lezioni; ecc...

Tutto ciò perché, avendo egli un figlio di dieci anni, desiderava molto fargli iniziare lo studio del violino. Dopo avergli dato tutte le informazioni che a lui interessavano, volle saper dove abitavo; chi erano i miei genitori; che altre scuole frequentavo; che altro facevo insomma oltre lo studio del violino; ecc...

Mentre rispondevo alle sue domande mi venne fatto di pensare che potendo fare l'apprendista parrucchiere per me sarebbe stato certamente un lavoro molto più gentile e leggero del fabbro e le mie mani non si sarebbero indurite tanto come battere il martello sull'incudine! Mi feci coraggio e gli chiesi candidamente se poteva assumermi come apprendista nella sua bottega. Comprese benissimo che per me era assolutamente necessario praticare un genere di lavoro più adatto del fabbro per continuare lo studio del violino, senza far danni alle mani. Egli si mostrò molto spiacente di non potermi accontentare in quanto aveva già un apprendista, ma mi disse però di non scoraggiarmi che molto probabilmente avrebbe avuto la possibilità di collocarmi in uno studio dentistico gestito da un dottore suo conoscente, il quale gli aveva parlato di recente dicendogli appunto di avere bisogno di un ragazzo sveglio e intelligente per iniziarlo all'apprendistato della protesi dentale (odontotecnico).

Nel giro di pochi giorni la cosa si concluse e con il consenso dei miei genitori detti inizio a questo nuovo genere di artigianato presso il gabinetto dentistico del dottor Guido Salvatori, situato in Via Mazzini 14, angolo Via San Paolo, a Pisa.

IV PARTE - Odontotecnico e ciclista

L'edificio dove risiedeva e lavorava questo dottore, unitamente alla sua famiglia, era un vecchio e robusto palazzo ottocentesco a tre piani con un grande portone d'ingresso sempre aperto, dal quale si accedeva in una specie di androne lungo e buio, in fondo al quale, sulla destra, vi era una larga scala di pietra grigia. Con due rampe si saliva al primo piano, dove appunto era situato l'appartamento del dottore.

Era un quartiere molto vasto, con stanze ampie e con molta luce, grazie alle grandi finestre. Si componeva di sei stanze più un ingresso spazioso e cioè: un grande salone che serviva come sala d'aspetto per i clienti; una stanza per il gabinetto dentistico; due camere da letto; una grande cucina ed infine una stanza per il laboratorio di protesi. Tanto la sala d'aspetto quanto il gabinetto si affacciavano su Via Mazzini, mentre le camere e la cucina guardavano Via San Paolo ed infine il laboratorio dava sul giardino del palazzo. Dalla cucina si accedeva ad una immensa terrazza lunga venti metri e larga quattro, ricoperta da un pergolato di uva fragola (detta uva americana).

La famiglia, oltre al dottore, era composta dal figlio Salvatore e dalla moglie Eufemia. Il figlio, di circa venticinque anni, svolgeva il lavoro di odontotecnico sotto la guida ed il controllo del padre. Le mie mansioni iniziali furono quelle di aprire la porta ai clienti, farli accomodare in sala d'aspetto e, dopo l'intervento medico, accompagnarli di nuovo alla porta con la speranza di ricevere una mezza lira di mancia!

Dovevo inoltre tenere in ordine il gabinetto dove operava il dottore e cioè pulire il pavimento ogni mattina, bollire dopo l'uso le pinze da estrazione e tutti gli altri ferri impiegati per la cura dei denti, scrivere su di un registro il nome di ogni singolo cliente che avesse avuto bisogno di una cura prolungata come nel caso di otturazioni o lavori di protesi. Molto spesso però, in assenza di clienti, mi trasferivo nel laboratorio dove lavorava il figlio del dottore, non per lavorare ma perché attratto da quel genere di artigianato a me del tutto sconosciuto ma che mi sembrava molto interessante. Passarono alcuni mesi in questa alternativa dal gabinetto al laboratorio quando inaspettatamente, e con mia grande gioia, fui trasferito definitivamente nel laboratorio dove, sotto la guida del figlio Salvatore, ebbe inizio il mio apprendistato di odontotecnico.

Non fu per me un genere d'artigianato molto difficile, tanto che dopo qualche mese eseguivo diverse fasi della lavorazione e nel giro di circa un anno ero già esperto nella costruzione e finitura di protesi in oro. Dopo soltanto due anni fui in grado di costruire dentiere complete in gomma vulcanizzata, pur essendo questo il lavoro di protesi che presentava la massima difficoltà.

A questo punto del racconto della mia vita mi sono accorto di avere omesso di scrivere qualche rigo sulla mia vanità giovanile. Era di moda, negli anni venti, specialmente nei giovani di sesso maschile, di incapsulare in oro un dente incisivo laterale superiore. Io ambivo molto a questa eleganza e, con il permesso del mio principale, io stesso costruii la protesi; e con le mie stesse mani l'applicai nella mia bocca, in bella vista sull'incisivo laterale superiore destro che tuttora risplende dopo circa sessant'anni!

Salvatore era, nel suo genere, molto simpatico, molto socievole, un po' estroso, ma ben presto fraternizzò sinceramente con me non ostante la mia età di adolescente. Era figlio unico, amava assai il proprio lavoro ed aveva una grandissima passione per il ciclismo, che praticava molto spesso con la sua bicicletta da competizione. In breve tempo diventammo amici, ed egli, desiderando di avere un compagno ciclista durante le sue frequenti uscite sportive, riuscì ben presto a trasmettere nella mia mentalità di giovane la sua stessa passione. A mia volta, e non senza fatica, dovetti convincere i miei genitori della mia necessità di possedere una bici. Nel giro di pochi giorni i miei buoni genitori me ne regalarono una di marca famosa, ma d'occasione.

Nella buona stagione le uscite insieme erano frequenti e divertenti; la mia muscolatura era robusta e molto spesso il mio compagno non riusciva a stare alla mia ruota e mi esortava a rallentare l'andatura. Con il passare del tempo le nostre uscite ciclistiche divennero quasi giornaliere, tanto che nella mia mente spensierata s'insinuò il tarlo della competizione. Con l'incoraggiamento del mio compagno l'illusione di diventare un campione del ciclismo s'impadronì di me e senza nessuna esitazione decisi di partecipare ad una gara ciclistica per dilettanti. In aprile, circa due mesi prima della gara, iniziai l'allenamento molto segretamente (i miei genitori non mi avrebbero certamente permesso questa assurda avventura) e così, quasi ogni giorno, dopo un frugale pasto a mezzogiorno, salivo in sella e via alla volta di Viareggio (diciotto chilometri da Pisa), per essere di nuovo a Pisa in orario con l'apertura del gabinetto alle tre del pomeriggio. La corsa competitiva si sarebbe svolta su di un percorso di ottanta chilometri e quindi fare un allenamento su trentasei era assurdo; ma la mia inesperienza era così totale che ero ben lontano dal capire l'errore madornale che stavo per compiere!

Arrivò così il grande giorno e nella mia immaginazione era ormai entrata la convinzione assoluta che avrei certamente tagliato il traguardo per primo e magari con qualche minuto di vantaggio sul gruppo! Invece fu la disfatta più clamorosa! Non soltanto non riuscii, sebbene anche per pochi chilometri, a resistere dietro il gruppo di testa, ma feci inoltre una rovinosa caduta e in più, per mia colpa, altri quattro corridori che erano alla mia ruota capitombolarono sul mio povero corpo! Conclusione: bicicletta fracassata ed escoriazioni dalla testa fino ai piedi, se si considera che a quei tempi non esisteva ancora l'asfalto, ma un fondo stradale sterrato pieno di buche e sassi acuminati (evito di trascrivere la cronaca familiare di questa mia triste avventura).

Superato questo breve e brutto periodo di illusioni, la ragione ritornò alla normalità; il mio lavoro di protesi dentale progrediva sempre bene e vi fu anche una ripresa più intensa dello studio del violino che, per l'illusione di diventare un campione del ciclismo, avevo assai trascurato.

V PARTE - Lo sbaglio adolescente

Alcuni mesi dopo questi ultimi fatti ci fu il trasloco del gabinetto dentistico (compreso anche il laboratorio) da Via Mazzini a Corso Vittorio Emanuele, nello stesso palazzo dove risiedeva lo studio fotografico del famoso fotografo Rugani. Io ormai a questo punto, benché ancora molto giovane, ero diventato un odontotecnico esperto in ogni tipo di protesi dentale, tanto che quasi la maggior parte del lavoro di laboratorio era sostenuto principalmente da me, anche perché il figlio del dottore a causa di una grave crisi amorosa lavorava pochissimo e in breve tempo, con l'aggravarsi del suo stato, fu necessario ricoverarlo in ospedale nel reparto psichiatrico. Dopo pochi mesi da questo triste evento ebbi, come si suol dire, un altro colpo di testa, da imputarsi naturalmente alla mia volubilità giovanile. Cercherò di raccontare più dettagliatamente possibile quello che combinai! Durante il ricovero in ospedale del povero Salvatore conobbi per mia fortuna, o sfortuna, un bravo meccanico dentista che lavorava alle dipendenze di un odontoiatra, dottor Baldani, collega ed amico del mio principale. Questo bravo meccanico, di circa 35 anni e di nome Guido Guidi, veniva saltuariamente chiamato dal mio dottore nel laboratorio dove io lavoravo ed a lui il mio principale dava l'incarico di fare alcuni lavori di protesi, i più importanti ed i più urgenti, e questo anche per non caricare tutto sulle mie spalle di giovane poco più che adolescente! In breve tempo si stabilì tra noi due una reciproca simpatia e un giorno mi confessò di avere nella sua abitazione un piccolo laboratorio dove la sera, e specialmente nei giorni festivi, lavorava clandestinamente costruendo ed applicando egli stesso protesi dentali di ogni tipo a clienti di sua conoscenza, che ben volentieri accettavano la sua opera allettati dal notevole tornaconto economico.

Dopo queste sue confessioni non gli fu difficile conquistare e convincere pure me, ragazzo appena diciottenne, davanti ad una prospettiva di lauti guadagni. Così, volentieri accettai di collaborare a ciò che egli mi proponeva, ben sapendo che oltre al guadagno esisteva anche il rischio derivante dall'esercitare un lavoro abusivo e quindi fuori legge.

Il lavoro che io dovevo svolgere consisteva nel procurare la clientela: una clientela sicura, tra persone ben conosciute come amici, oppure persone tra la parentela di famiglia. In questa ricerca ebbi un valido aiuto nella persona del mio babbo il quale, come fabbro della zona, da moltissimi anni era ovviamente conosciuto da una vastissima clientela di ogni ceto, ma specialmente contadina. La pubblicità che faceva mio padre, lodando particolarmente la bravura del suo figliolo odontotecnico, dette ben presto i suoi frutti. Arrivarono i primi clienti, ai quali io esaminavo attentamente la dentatura per accertarmi se vi fossero denti da curare. Nel caso di denti cariati dovevo indirizzare il cliente dal mio collega, il quale possedeva tutta l'attrezzatura per la cura, l'otturazione e, se necessario, anche l'eventuale estrazione. Se al contrario la dentatura risultava sana e occorreva fare soltanto un lavoro di protesi, il mio primo intervento era di prendere, con la massima precisione, l'impronta superiore e inferiore della dentatura, che consegnavo al mio compagno di lavoro, il quale su tali impronte costruiva il tipo di protesi già pattuito tra me ed il cliente, compreso l'importo totale della spesa.

Successivamente avevo il compito della prima prova per eventuali ritocchi; della prova definitiva ed infine dell'ultima operazione che consisteva nel fissaggio della protesi. Tutto procedeva per il meglio: i clienti erano soddisfatti ed erano in costante aumento, e soddisfatti eravamo pure noi dei nostri guadagni, ma... quest'attività abusiva, a lungo andare, arrivò alle orecchie del mio principale! Data la mia giovane età non mi denunciò, ma non volle neppure perdonarmi, limitandosi soltanto a cacciarmi via! Provai un gran dispiacere per questa mia leggerezza, che con l'andare del tempo avrebbe potuto sicuramente causarmi conseguenze assai gravi. Ma come si suol dire "non tutto il male vien per nuocere" perché questa mia imperdonabile leggerezza fu per me la più utile delle lezioni.

VI PARTE - Musica tra studio e professione

Da questo punto tutta la mia volontà fu concentrata seriamente sullo studio del violino, dedicando ad esso varie ore del giorno. Mese dopo mese il progresso era notevole e ben presto fui in grado di sostenere un piccolo esame locale presso il teatro Giuseppe Verdi di Pisa e, superatolo, mi consentì di far parte dell'orchestra come elemento di riserva, qualora ce ne fosse stato bisogno. Comunque l'orchestra veniva formata soltanto una volta l'anno, per la durata di quaranta giorni, in occasione della stagione lirica di quaresima. Quanto sopra detto avvenne nei primi mesi dell'anno 1929; nell'estate dello stesso anno fui scritturato, assieme ad una giovane pianista cieca fin dalla nascita, dal proprietario del Bagno Alma situato sulla ridente spiaggia di Marina di Pisa. I mezzi comuni per raggiungere questa località di mare, distante dalla città circa otto chilometri, erano soltanto la bicicletta ed un vecchio tram a vapore che sbuffando si trascinava dietro tre o quattro vetture.

Ho detto questo perché noi (io e la signorina) avevamo il compito di suonare per 10-15 minuti ad ogni arrivo del tram, con inizio dalle otto del mattino, ad intervalli di circa due ore, fino alle tre del pomeriggio. E perché questo stranissimo orario di lavoro? Vale la pena di raccontarlo. Questo tram, specialmente nelle corse del primo mattino, scaricava dalle sue vetture una fiumana di folla festante e allegra che si riversava con premura sul lungomare, dove per un tratto di circa due chilometri esisteva in quel tempo una serie continua di stabilimenti balneari. Dunque lo spettacolo di questa folla alla ricerca di uno stabilimento, il più vicino possibile alla stazione del tram, si ripeteva ovviamente ogni due ore. Il proprietario del locale, nostro datore di lavoro, che stava di guardia sulla porta del salone, quando ad ogni arrivo del tram scorgeva l'approssimarsi dei primi gruppi di bagnanti, distanti ancora una cinquantina di metri, ci dava il segnale d'inizio musicale con il fine di allettare ed attirare l'attenzione dei primi arrivati e degli altri che seguivano, fino all'esaurimento del passaggio! A titolo di curiosità dirò che, tanto io che la mia compagna, eravamo retribuiti soltanto con vitto e alloggio e qualche rarissima mancia da clienti che richiedevano il bis di alcune canzoni.

Nell'autunno seguente ebbi più fortuna: fui scritturato, assieme ad un pianista del mio rione, dal gestore di un cinema di periferia, per il commento musicale dei film. Si trattava del cinema Excelsior presso l'oratorio di Cisanello (Porta a Piagge) con spettacolo soltanto alla domenica, pomeriggio e sera. Tirai avanti pazientemente così fino all'anno successivo, ma avendo ormai compiuto i 18 anni era ovvio che dovevo prendere una decisione per uscire da questa situazione di miseria.

VII PARTE - Dal violino alla viola

La mia passione per la musica non si era per nulla estinta; anzi, avendo avuto l'occasione di ascoltare per la prima volta un giovane violinista tedesco, sedicenne, di nome Ginepel, mi entusiasmò così tanto che ripresi a studiare con nuova lena e decisi al tempo stesso di tornare nuovamente dal mio insegnante per avere la sua opinione in merito a ciò. Egli, dopo una seria valutazione delle mie possibilità di riuscita, e specialmente circa le prospettive di lavoro, mi consigliò di iniziare subito lo studio della viola, considerando il fatto che per prima cosa non vi era, a Pisa, nessun violista professionista, e secondariamente il momento era propizio poiché, proprio in quei giorni, gli era stata richiesta la possibilità di formare un quartetto classico: richiesta pervenutagli dall'Istituto di Cultura Fascista, con sede nello storico Palazzo alla Giornata, con lo scopo di eseguire una serie di concerti ogni anno del classico repertorio quartettistico.

Fui molto soddisfatto di questa proposta e senza nessun indugio mi procurai una viola e iniziai lo studio di questo strumento sotto la guida (saltuaria) del mio maestro. Contemporaneamente mi abbonai alla società musicale Amici della Musica con sede nella sala dei concerti annessa al teatro Giuseppe Verdi, dove si potevano godere circa venti concerti l'anno, di vario genere: trii, quartetti, complessi da camera, solisti di violino, di pianoforte, di violoncello e sempre eseguiti da artisti di fama internazionale.

L'ascolto di tale musica, fino a quel momento a me sconosciuta, mi procurava un godimento indicibile che non riuscirei a descrivere; inoltre tale occasione di ascolto mi dava la possibilità di allargare la conoscenza, data la mia scarsa cultura musicale, svelandomi la grandezza meravigliosa e divina della musica classica.

Quanto detto non deve assolutamente sembrare un'esagerazione del mio entusiasmo giovanile; la verità era realmente così. Basti pensare che in quegli anni non esisteva ancora la radio come trasmittente di musica e notizie, e ancora non era stato inventato il cinema sonoro! Esisteva soltanto il grammofono! Questo si poteva ascoltare in certi bar, specialmente nella stagione estiva, solitamente all'aperto, dove venivano esibiti dischi di canzoni napoletane oppure romanze di opere liriche, dato che questo genere di musica era apprezzato dalla maggior parte del pubblico. Va detto, a titolo di cronaca, che la riproduzione sonora che scaturiva da queste macchine parlanti (erano chiamate proprio così!), rispetto all'ascolto del concerto dal vivo, era una musica orribilmente deformata che straziava gli orecchi, uscendo da quella specie d'imbuto.

VIII PARTE - Il primo esperimento di liuteria

Lo studio della viola progrediva con grande profitto, grazie ad una ferrea volontà di riuscire nella realizzazione di un risultato concreto e cioè il diploma di violista da conseguirsi presso l'Accademia Filarmonica di Bologna; diploma che mi avrebbe consentito di esercitare la professione in ogni orchestra dello stato.

Studiavo non meno otto ore al giorno, anche perché il programma di esame comprendeva alcune materie complementari: lo studio elementare del pianoforte; il solfeggio parlato in tutte le chiavi (setticlavio) e lo studio dell'armonia.

Il mio insegnante, per parte sua, mi incoraggiava e si riteneva soddisfatto dei miei risultati, assicurandomi anche che tra breve tempo si sarebbero potute iniziare senz'altro le prove del quartetto, ma... A questo punto del mio studio si rendeva assolutamente necessario procurarmi uno strumento idoneo all'uso, sia per affrontare l'esame imminente come per suonare in orchestra o comunque in pubblico. La mia viola, infatti, oltre ad essere di piccola misura, era soltanto un pessimo strumento di fabbrica con poca e orribile voce. Mi resi immediatamente conto che il problema viola non sarebbe stato di facile soluzione, perché non solo nella mia città non esisteva alcun liutaio, ma anche nei tre piccoli negozi esistenti si potevano reperire solo strumenti di fabbrica, adatti unicamente a studenti principianti.

Dopo alcune settimane ebbi l'occasione di conoscere un violinista dilettante, un certo Martelli, che abitava nel rione di San Giusto e che durante una conversazione mi disse che suo padre, già da qualche anno, era un grande amatore dell'arte liutaia e da alcuni mesi, raggiunta l'età del pensionamento, dedicava tutto il suo tempo libero a questa nobile arte. Io, nell'apprendere questa notizia sensazionale, senza nessuna esitazione lo misi a conoscenza della mia situazione che tanto mi stava a cuore e mi preoccupava.

Egli mi tranquillizzò, dicendomi che suo padre avrebbe certamente risolto il mio problema. Combinammo un appuntamento e alcuni giorni dopo mi recai fiducioso e pieno di entusiasmo da questo liutaio. Era un uomo di circa 65 anni, magro e di bassa statura; molto simpatico, socievole e di facile parola. Mi accolse molto cordialmente. Abitava in un modesto casolare di campagna con la moglie e con il suo unico figlio. Dopo una breve conversazione mi accompagnò nel suo laboratorio.

Questo era situato nel mezzo di un grande orto molto ben coltivato, separato dall'abitazione da un ampio cortile. L'edificio non era altro che una solida baracca interamente costruita in legno di abete, lunga circa sei metri per quattro di larghezza, con il tetto spiovente su due lati ricoperto di tegole in terra cotta. Da una piccola porta, salendo due gradini in legno, si accedeva all'interno del locale, il cui pavimento, anch'esso in legno, risultava rialzato da terra di cinque o sei centimetri.

La prima cosa che mi colpì molto gradevolmente entrando fu l'odore forte di resina che emanava dal legno di abete col quale era stato costruito interamente il locale: pareti, soffitto e pavimento. Questa costruzione semplice e robusta ma in un certo senso accogliente era stata realizzata interamente dal nostro signor Martelli.

Entrando si notava subito un grande banco da lavoro appoggiato alla parete destra della stanza, la quale veniva rischiarata dalla luce proveniente da due piccole finestre praticate sulla stessa parete. Difficile poter descrivere ciò che vi era ammassato nel resto del locale! Miriadi di disegni e di modelli di chitarre, di mandolini, liuti e attrezzi di ogni genere ricoprivano completamente tutte le pareti; inoltre pendevano dal soffitto strumenti già terminati o semilavorati; scaffalature piene di piccole cose, come vernici già pronte in bottigliette e un'infinita quantità di accessori per strumenti. Per terra, lungo le pareti, accatastate una sull'altra, tavole di abete di risonanza per la costruzione dei piani armonici degli strumenti; tavole di acero, di ebano, di palissandro ed altri legni pregiati. Questo liutaio però non aveva mai costruito strumenti ad arco, ma soltanto strumenti a pizzico e a plettro, vale a dire: chitarre, mandolini e mandole. Comunque quando gli feci capire di aver bisogno di una viola egli, senza nessuna esitazione, mi assicurò che ben volentieri si sarebbe impegnato per accontentarmi.

Per parte mia, sostenuto dalla più profonda ignoranza in materia liutistica, fui entusiasta della sua decisione e gli risposi che poteva incominciare al più presto la costruzione. Dopo alcune settimane tornai da questo presunto liutaio, solo per la curiosità di vedere se avesse cominciato la costruzione del mio strumento. Rimasi allibito! La viola era pressoché terminata e la consegna poteva avvenire nel giro di una settimana; naturalmente montata al completo per poterne provare la voce e successivamente l'avrebbe verniciata. In breve, qualche giorno dopo ritirai lo strumento e andai direttamente dal mio insegnante, il quale se dico che rimase inorridito dico davvero poco! Il peso totale di quella specie di viola era quasi il doppio del normale ed i suoni che ne uscivano erano solamente dei sibili lamentosi! Ricordo benissimo le testuali parole del mio professore che molto indignato disse: riportagli subito indietro questo pezzo di legno, che gli può servire per bruciarlo nel caminetto e puoi anche dirgli che uno strumento migliore di questo lo sai fare anche tu che non sei liutaio! Queste ultime frasi pronunciate dal mio insegnante per giudicare così negativamente l'esito liutistico ed acustico di quel capolavoro non mi fecero sul momento alcuna impressione.

Soltanto dopo alcune settimane improvvisamente, come una voce interiore, quelle frasi le ho percepite nette come ascoltate dal vivo! Quelle magiche parole, nei giorni che seguirono, mi ossessionavano sempre più frequentemente al punto che io, senza esitare, armato soltanto della mia incoscienza giovanile e della mia più profonda inesperienza nella liuteria presi la drastica decisione di mettere in pratica ciò che il mio insegnante aveva esclamato soltanto e certamente per dare maggiore forza negativa per giudicare quel lavoro mal riuscito e prontamente, senza pensarci due volte, detti inizio alla costruzione della viola. Il fallimento non poteva essere più completo! La mia totale inesperienza mi consigliò di cercare il legno da un falegname, naturalmente anch'egli inesperto in materia quanto me, il quale mi procurò del materiale assolutamente inadatto a ciò che intendevo fare; inoltre sbagliai completamente le misure (eseguivo tutto a occhio) e, concludendo, al finale risultò uno strumento indecifrabile, nemmeno lontanamente somigliante ad una viola!

La cosa più strana era che io ero fiero e orgoglioso del mio capolavoro fino al punto di mostrarlo coraggiosamente ad alcuni violinisti professionisti (escluso il mio insegnante), i quali alla vista del mio capolavoro non seppero trattenere una sonorosissima risata! La mia mortificazione fu completa; riconobbi il mio fallimento e decisi di non ripetere mai più esperimenti del genere ma... non fu così.

IX PARTE - L'incontro con Carlo Chericoni

Infatti dopo pochi mesi ebbi la fortuna di conoscere un certo Carlo Chericoni, pisano, che a quel tempo abitava a poche centinaia di metri dalla piazza del Duomo e precisamente immediatamente fuori Porta Nuova. Era impiegato come commesso in un grande negozio di svariati oggetti in alabastro, prodotti nell'annesso laboratorio da artigiani scultori. Carlo, oltre ad essere un modesto dilettante violinista, aveva una passione morbosa per la nobile arte della liuteria, e all'epoca di questo nostro incontro egli aveva già costruito ben cinque violini e una viola. Ovviamente diventammo subito grandi amici. Gli parlai sinceramente del mio tentativo liutistico conclusosi con un insuccesso clamoroso, ma nonostante tutto egli mi incoraggiò esortandomi a tentare nuovamente la prova offrendomi con molta sincerità il suo aiuto invitandomi inoltre di andare al più presto a fargli una visita nella sua abitazione per potermi mostrare i suoi procedimenti di lavoro, i materiali adatti ed i vari attrezzi necessari.

Dopo pochi giorni mi recai da Carlo e devo subito dire che questo primo incontro fu assolutamente determinante per convincermi a tentare di nuovo l'impresa liutistica. Vidi finalmente dei veri strumenti costruiti a regola d'arte. Egli mi illustrava con molta chiarezza il procedimento delle infinite fasi di lavoro a me ignote prima di allora. Ciò mi stupiva un attimo dopo l'altro e mi entusiasmava. Da questo primo incontro nacque nel mio intimo una grande fiducia in me stesso ed il certo presentimento di riuscire a realizzare concretamente il mio sogno.

Il destino mi stava aiutando! Al tempo stesso, dopo pochi giorni dall'incontro con Carlo, ebbi l'occasione di imbattermi casualmente con un mio caro amico violinista dal nome strano: Novi Ligure, che non vedevo da molto tempo, al quale fra l'altro, durante la nostra conversazione, confessai ciò che avevo nell'animo di fare; informandolo dettagliatamente circa l'incontro con Carlo. Il mio caro amico Ligure, dopo avermi ascoltato, inaspettatamente mi disse: credo di essere in grado di poterti in un certo modo aiutare regalandoti un libro che posseggo da tanto tempo.

Questo libro, che ancora tengo molto gelosamente, anche come ricordo del mio amico scomparso pochi anni dopo, e anche perché è certamente il più interessante trattato di liuteria da cui ho appreso il più grande insegnamento tecnico e pratico e cioè "Il Liutaio" di Domenico Angeloni della collana Manuali Hoepli edito nel 1919 e mai più ristampato e quindi introvabile. Lessi con avidità incredibile quel magnifico trattato, dal quale appresi con grande chiarezza importanti problemi di acustica e un'infinità di nozioni pratiche per ciò che riguarda il metodo di lavoro nelle varie fasi di procedimento. Dietro consiglio di Carlo mi affrettai a richiedere ad una ditta specializzata di Milano tutto il materiale occorrente per la costruzione del mio primo vero violino.

X PARTE - Il mio primo vero strumento

Ma quando mi sarebbe giunto il materiale richiesto in quale locale avrei potuto iniziare la costruzione avventurosa del mio primo strumento? Il precedente tentativo, clamorosamente fallito, lo avevo messo insieme con attrezzi inadatti ed in un locale che si alternava tra la cucina e la bottega di fabbro del mio babbo! Ma la dea Fortuna, anche questa volta, mi aiutò nella maniera più soddisfacente e inaspettata. Già da qualche mese avevo conseguito il diploma di violista presso l'Accademia Filarmonica di Bologna ed il mio insegnante, senza alcun indugio, volle iniziare subito le prove di quartetto in cui io dovevo sostenere la parte di violista. Dopo un regolare e lungo periodo di prove (tre ore per sera per sei sere ogni settimana) fu eseguito il primo concerto nella sala dello storico Palazzo alla Giornata con soddisfacente successo.

Dall'esito felice di questa prima esecuzione fu stabilito e deciso, per ordine del Comitato di Cultura Fascista, l'obbligo di eseguire un concerto al mese con programma sempre diverso. Infatti nel programma del secondo concerto fu inserito, oltre ai due quartetti ad arco, anche il quartetto di Robert Schumann per quartetto d'archi e pianoforte. Il problema però era di poter avere un pianista valido che potesse sostenere degnamente la difficile parte di composizione. Ecco come io stesso, per un fortuito incontro con un mio lontano parente, Cesare Bechini, ebbi la possibilità di risolvere il problema pianoforte. Conversando con Cesare fra l'altro gli parlai del nostro quartetto; del successo conseguito e del problema pianoforte. Egli mi disse subito di conoscere una sua amica pianista bravissima, già diplomata, che secondo lui poteva essere una valida collaboratrice degna di sostenere un impegno così difficile.

Combinammo insieme di andare subito dalla pianista, Anna Caturelli, abitante in Via Mugelli, presso la Piazza del Duomo, la quale fu addirittura entusiasta di accettare un simile impegno. Fra parentesi devo dire che dopo la prima prova ebbe moltissimi elogi dal mio maestro, che si complimentò per la sua non comune bravura ed il suo temperamento. Il padre di Anna, presente all'incontro, uomo svelto, gentile e affabile, di nome Guido, mi informò subito di avere l'hobby della pittura e di avere il suo studio artistico nella soffitta dello stesso condominio dell'abitazione, un palazzo di quattro piani di sua proprietà. Da parte mia gli parlai della mia passione nella liuteria e della mia grande difficoltà di non avere nessun luogo di lavoro adatto per poter svolgere praticamente la mia passione.

Per concludere, ansioso di farmi vedere i suoi lavori, mi accompagnò in soffitta dove inaspettatamente mi ritrovai in un ambiente molto grande, luminoso e con un soffitto alto almeno due metri. Senza tanti preamboli, il signor Guido con grande premura e con evidente piacere mi disse che se io lo desideravo mi avrebbe ospitato ben volentieri mettendomi a disposizione tutto lo spazio sufficiente per poter iniziare la mia attività di liutaio, e al tempo stesso, con il piacere di aver un compagno di lavoro avrebbe risolto finalmente il grave problema della sua solitudine. Non so dire quanto fu grande la mia felicità per questo nuovo colpo di fortuna! Ma non finisce qui! Il padre di Cesare, professor Alberto Bechini, bravo scultore in legno e disegnatore, insegnante alla scuola industriale di Pisa e molto amico del signor Guido, volle procurarmi e regalarmi un banco da falegname assieme anche ad alcuni attrezzi adatti al mio lavoro. Non potevo desiderare di più!

Ben presto detti inizio al mio nuovo lavoro in questo ambiente veramente ideale dove l'atmosfera artistica era rappresentata dall'arte pittorica, dalla nobile arte della liuteria, più ambiente soffitta! Anche il signor Guido era pienamente soddisfatto della mia compagnia, e assai spesso mi pregava di restare a pranzo assieme alla sua famiglia. Il professor Alberto almeno una o due volte alla settimana veniva in soffitta a curiosare.

Passarono alcuni mesi. Il lavoro progrediva in modo soddisfacente, sebbene lentamente a causa dei miei impegni musicali per cui ero costretto sia a studiare, sia a proseguire l'impegno dei concerti di quartetto e inoltre a preparare il programma per l'esame di viola presso l'Accademia Filarmonica di Bologna, che si concluse con un buon esito.

Tale diploma mi dava il diritto di esercitare la professione di violista in tutto il Regno Italiano ed in qualsiasi orchestra. Fui scritturato la prima volta nello stesso anno del diploma, come viola di fila, presso il teatro Verdi di Pisa, durante la stagione lirica di quaresima, con l'opera Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai, diretta dall'autore. In seguito, cioè l'anno successivo, fui scritturato come prima viola con l'opera Esmeralda di Ottorino Respighi, diretta dall'autore e sempre al teatro Verdi di Pisa. In seguito ebbi varie scritture, principalmente per le esecuzioni di opere liriche e concerti sinfonici sotto la direzione di maestri illustri come Pietro Mascagni, Antonino Viotto, Ottorino Respighi, Riccardo Zandonai ed altri.

Ritorniamo ora, a distanza di oltre un anno, nella soffitta in compagnia del signor Guido per raccontare che cosa è successo. Questo periodo lavorativo lo ricordo con tanto piacere e con molta nostalgia. In quella soffitta il tempo trascorreva con molto diletto, sia per me che per il signor Guido. Inoltre molto spesso ricevevamo visite di amici amanti dell'arte. Il signor Guido, oltre alla pittura, era un appassionato della musica lirica e mentre era seduto davanti al cavalletto creando i suoi modesti capolavori era solito canticchiare sottovoce motivi di opere liriche, con particolare preferenza per quelle di Puccini. Anche il professor Alberto, più frequentemente che in passato, saliva volentieri i quattro piani di scale per venire a fare due chiacchiere in soffitta, ma più che altro era molto interessato a seguire con molta attenzione tutte le fasi della lavorazione del mio violino con la chiara intenzione di cimentarsi pure lui nella stessa mia avventura!

In questo tram-tran molto variato la costruzione del mio primo strumento fu terminata, sebbene in bianco (cioè senza verniciatura), e completo di corde per poterne provare la parte più importante e cioè l'acustica.

Molto inaspettatamente il suono risultò abbastanza soddisfacente sia per la qualità come per la potenza ed eguaglianza della voce.

XI PARTE - Il violoncello ritrovato

Cominciai con nuova lena il secondo strumento e contemporaneamente anche il nostro professor Alberto, come avevo previsto, volle cimentarsi con molta decisione nell'arte della liuteria. Mi sorprese subito per la sicurezza e sveltezza nel lavorare il legno: era veramente eccezionale. Senza dargli nessun suggerimento terminò in breve tempo la sua opera in modo magistrale, ottenendo un risultato più che sufficiente. Una breve parentesi per raccontare la triste storia di questo violino: durante la guerra, nel periodo della ritirata dei tedeschi, e ovviamente del passaggio degli americani, questo violino fu rubato, forse da un soldato dell'esercito USA e successivamente venduto nella città di Napoli e acquistato, dopo alcuni anni, da un violinista di Roma, che tuttora lo possiede.

Intanto, nella casa della mia famiglia si era liberata una stanza magazzino ed io pensai che questa era una buona occasione per trasferirmi, sistemare in essa il laboratorio e dare inizio ufficiale alla mia nuova professione di liutaio, anche per ricavare un guadagno supplementare all'attività musicale che, tutto sommato, si riduceva a circa tre mesi di lavoro all'anno.

A questo punto siamo quasi verso la metà del 1933. Nel nuovo ambiente mi trovai molto a mio agio per due importanti ragioni: il fatto di essere solo mi dava la grande possibilità della più libera concentrazione ed inoltre evitavo una certa perdita di tempo giornaliera per dover fare due viaggi di andata e altrettanti di ritorno per raggiungere la soffitta. Dopo aver costruito in tempo assai breve cinque violini ed una viola detti inizio alla costruzione di un violoncello, considerato a mio giudizio il mio primo vero capolavoro! Questa opera la terminai verso la fine dell'anno 1936. Questo strumento mi è particolarmente caro in quanto lo dedicai con tutto il mio affetto alla persona che amavo con tutto il cuore e che diventò mia moglie pochi anni dopo. All'interno di questo strumento, nella parte superiore del piano armonico, vi scrissi a penna una lunga dedica alla mia Flora e futura moglie.

Anche a questo punto devo fare una parentesi per raccontare la inverosimile, singolare e incredibile storia di questo strumento. Durante l'ultimo periodo della guerra (1944), quando cioè le truppe tedesche stavano ritirandosi incalzate senza tregua dagli americani, la popolazione abbandonando le proprie abitazioni si disperdeva nelle campagne, dentro rifugi scavati nella terra, per sfuggire ai bombardamenti ed anche al pericolo di essere fatta prigioniera e dirottata in Germania. In tale situazione tutto ciò che uno possedeva, nell'impossibilità di portarlo in salvo, cercava di nasconderlo come meglio riusciva. I miei genitori, molto preoccupati di salvare fra l'altro i miei strumenti, consigliati da una famiglia di contadini conoscenti, decisero di consegnare a questa buona gente i miei strumenti ed altre cose di un certo valore. Tutto ciò, unitamente ad altri oggetti di proprietà della famiglia ospite, fu introdotto nell'interno di un tino (all'epoca il tino era un locale in muratura, di una certa grandezza, sopra il soffitto del quale vi era una capace apertura, attraverso cui veniva versato il mosto per il periodo della fermentazione).

Dopo di che l'apertura del tino fu chiusa o meglio murata con mattoni e cemento, per rendere invisibile il trucco. Sembrava una parete qualsiasi, senza dare alcun sospetto. Evidentemente i tedeschi conoscevano questi ed altri ingenui sotterfugi; così, durante il loro passaggio abbatterono con facilità le aperture murate dal nostro ingenuo contadino e rubarono tranquillamente tutto quello che più interessava; nel caso specifico l'interesse maggiore fu rivolto evidentemente verso i miei sei strumenti considerandoli unica preda degna per l'esportazione.

Dopo circa quarant'anni da questi fatti, e precisamente nel 1983, il liutaio Carlo Vettori di Firenze mi scrisse una lettera dicendomi di avere acquistato un mio violoncello con etichetta manoscritta, costruito in Pisa nell'anno 1936, ecc. Diceva inoltre che detto strumento aveva il piano armonico con tre rotture longitudinali per cui si rendeva necessaria la scoperchiatura per poterlo riparare. Sempre nella stessa lettera mi chiedeva se io stesso avevo piacere di fare il detto restauro, essendone io l'autore. Lo chiamai immediatamente al telefono ringraziandolo della notizia sorprendente, pregandolo di fare lui stesso il restauro e dopo, se credeva, poteva venderlo. Nel corso di questa telefonata gli raccontai dettagliatamente come questo strumento mi fu rubato e tutta la storia, e che ero molto curioso di sapere in che modo egli ne fosse venuto in possesso.

Mi spiegò di averlo comprato da un tale di Pescia (cittadina vicino a Pistoia), al quale, trovandosi in Germania prigioniero dei tedeschi, ed essendo un amatore di strumenti ad arco, capitò, alla fine della prigionia, di comprare questo violoncello, comunque inservibile per le sue rotture. Al momento del rimpatrio se lo portò in Italia e dopo averlo conservato per lunghi anni decise di disfarsene e così lo vendette al Vettori.

A distanza di due anni (1985) mi chiamò il professor Dante Barzanò (primo violoncello dell'orchestra sinfonica della RAI di Milano), il quale mi informava di avere acquistato, presso il liutaio Malagutti di Milano, un mio violoncello, con etichetta manoscritta e costruito in Pisa l'anno 1936, dicendomi inoltre che ne era entusiasta, lodandone le eccellenti qualità acustiche, ecc.

Dopo qualche settimana, recandomi al conservatorio per ascoltare un concerto sinfonico, ebbi finalmente l'occasione, dopo oltre quarant'anni, di vedere con il più grande piacere e con una certa emozione una mia opera giovanile assolutamente dimenticata per lunghi anni, e di nuovo ritornata alla vita dopo avere attraversato una singolare odissea, ma... l'odissea continua! All'epoca di questi ultimi fatti, io assieme ad altri miei amici ed amatori di musica, facevamo musica di quartetto ritrovandoci regolarmente un giorno alla settimana in casa del primo violino, Giancarlo Bovolenta. Alcuni mesi dopo il violoncellista del nostro quartetto, un certo Angelini, il quale suonava con uno strumento di fabbrica, mi informava di avere acquistato finalmente un buon violoncello dal maestro Barzanò e cioè: un Bechini del 1936!

Era precisamente l'anno 1985 e come al solito a fine giugno interrompevamo i nostri incontri musicali per le consuete vacanze estive, salutandoci con la promessa di ritrovarci nuovamente verso la fine di settembre. Il nostro amico Angelini solitamente restava assente da Milano non più di una quindicina di giorni e al nostro rientro, come di consuetudine, ci telefonavamo per salutarci e al tempo stesso per stabilire il giorno del nostro incontro musicale, ma... pur chiamando Angelini al telefono in diverse ore del giorno, e per qualche giorno, nessuna voce rispondeva all'altro capo del filo! Giancarlo, primo violino del quartetto, decise senz'altro di recarsi direttamente all'abitazione del nostro violoncellista, dove con molta probabilità la portinaia del condominio poteva sapere qualcosa di questo introvabile Angelini!

Infatti la portinaia sapeva proprio tutto. Sapeva la cosa più tragica che noi potessimo lontanamente immaginare: il nostro caro Angelini era deceduto, colpito da infarto cardiaco, verso la metà del mese di agosto. Trasportato in ospedale, era sopravvissuto solo tre giorni, dopo inutili tentativi di salvarlo. Aveva 62 anni. Del suo passato non sapevamo quasi niente; salvo quel poco che lui stesso, saltuariamente, ci aveva raccontato e cioè: che viveva solo in un piccolo appartamento di condominio in compagnia di una coppia di canarini e di un cane bastardo; che per molti anni aveva fatto la professione come violista; che ad un certo punto aveva lasciato la viola e si era messo a studiare il violoncello per onorare la memoria del suo unico e molto amato fratello il quale, ottimo violoncellista dell'orchestra del Teatro alla Scala, era morto in giovane età. In ultimo si era messo a studiare il pianoforte e sempre come autodidatta era riuscito a cavarsela ottimamente specialmente come violoncellista.

Sempre dalla portinaia, Giancarlo seppe che l'unico familiare di Angelini era una sorella sposata che viveva a Milano la quale si era naturalmente occupata del funerale del fratello e inoltre di recuperare tutto ciò che d'importante egli possedeva e ovviamente, tra l'altro il violoncello Bechini. Giancarlo, avuto dalla portinaia l'indirizzo dell'abitazione della sorella di Angelini, si sentì in dovere di recarsi personalmente da lei per porgere le proprie e le nostre condoglianze e al tempo stesso per sapere con più esattezza lo svolgersi dell'inattesa e dolorosa perdita.

La sorella fu estremamente grata di questa inaspettata visita anche perché, tramite suo fratello, anche se non personalmente, ci conosceva tutti. Dopo aver raccontato con comprensibile emozione lo svolgersi della dolorosa vicenda, chiese a Giancarlo, essendo lei inesperta, se poteva e se era in grado di occuparsi di vendere gli strumenti musicali lasciati dal fratello.

Gli strumenti, assieme ad altri oggetti, erano diligentemente catalogati dallo stesso Angelini, su di un quaderno con i relativi prezzi di acquisto. Anche il violoncello era citato: comprato dal maestro Barzanò per lire tre milioni. Giancarlo m'informò telefonicamente del desiderio della sorella, che desiderava vendere; io senza un attimo di esitazione accettai per l'acquisto del violoncello.

L'odissea rocambolesca di questo strumento era così terminata, ritornando nelle mani di chi lo aveva creato.

Dopo questa lunga parentesi ritorniamo nella mia stanza di lavoro dove ormai nella mia mente era nata l'illusione di diventare un liutaio professionista, senza comunque abbandonare l'interesse per lo studio della viola, naturalmente soltanto come amatore.

XII PARTE - Il matrimonio ed il lavoro di meccanico

Eravamo agli inizi dell'anno 1936 e già da qualche tempo facevo parte di un nuovo quartetto (contemporaneamente all'altro fondato a suo tempo dal mio insegnante) composto da veri amatori di musica classica non professionisti, escluso il primo violino, professionista di primissimo ordine e nostro caro amico. La parte del secondo violino era sostenuta dall'amico Sandro Pizzarello che, oltre ad essere un ottimo violinista, era conosciuto e molto apprezzato nell'ambiente universitario in qualità di insegnante della lingua tedesca. Egli, da qualche anno, conosceva e frequentava quasi settimanalmente la casa della professoressa Pascoli, insegnante di latino e italiano presso il liceo classico di Pisa, nonché nipote del famoso poeta Giovanni Pascoli. Era inoltre una discreta pianista dilettante, in possesso di una cultura musicale vasta e profonda, per cui era sua consuetudine fare musica ogni mercoledì sera, riunendo nel suo salotto musicisti, spesso di grande valore, ma con lo stesso entusiasmo accoglieva anche semplici e modesti amatori.

Quando il nostro amico Alessandro informò la signora Pascoli della nascita del nostro complesso ella espresse con entusiasmo la sua contentezza e comunicò all'istante il desiderio di ascoltarci al più presto.

Ci recammo quindi un mercoledì sera nella villa della signora Pascoli ottenendo un successo inaspettato, e così - se disponibili - eravamo ospiti graditi della signora ogni mercoledì sera, e sempre con grande piacere non soltanto per il diletto musicale, ma ugualmente per la cordiale e sincera ospitalità della amabilissima signora Pascoli.

All'epoca dei fatti appena narrati avvenne, del tutto inaspettato, un incontro che doveva cambiare il corso della mia vita di lavoro, costringendomi ad iniziare nuovamente un'altra professione, tanto diversa da quella che mi ero prefisso, e che ora voglio raccontare. Il mio carissimo amico pisano, Carlo Chericoni, amatore liutaio e dilettante violinista con il quale saltuariamente mi vedevo per scambiare pareri sulla costruzione degli strumenti, come pure sulle varie specie dei legni, sulla composizione delle vernici, ecc. era venuto a sapere dall'amico Pizzarello della nostra consuetudine di esibirci con il nostro quartetto, ed essendo lui stesso amante della buona musica mi chiese se fosse stato possibile avere il piacere di ospitarci in casa sua per una serata quartettistica. Ne parlai ai miei colleghi i quali accettarono di buon grado e al tempo stesso fu fissata la data dell'esibizione.

Carlo abitava in un appartamento al secondo piano di un edificio di Via Santa Maria. A pochi passi dall'angolo della via stessa con la Piazza del Duomo. Nella casa successiva a quella di Carlo, facente angolo con la piazza, abitava in un appartamento al primo piano la famiglia Casini. A quel tempo, fra queste due famiglie vi era un rapporto di cordiale e reciproca amicizia già da diversi anni. La famiglia Casini era composta dai genitori, tre figli maschi e tre femmine. Fu così che la sera della nostra esibizione in casa di Carlo fu invitata all'ascolto musicale la maggiore delle tre sorelle Casini, signorina Flora. Non voglio qui dilungarmi del seguito di questo incontro, principalmente perché ne ho un meraviglioso ricordo che voglio conservare gelosamente in me stesso; inoltre sarebbe come cadere fuori tema da questa storia della mia vita lavorativa.

Voglio solo aggiungere che l'amore e la buona sorte mi avevano fatto dono di una sposa e della compagna meravigliosa della mia vita.

Questa situazione inaspettata mi fece immediatamente riflettere e pensare seriamente al mio prossimo futuro. L'impegno che mi ero preso era di grande responsabilità e tuttavia al momento non ero in grado di offrire nessuna garanzia né prospettiva alcuna per il mio avvenire economico, benché ormai venticinquenne! Per prima cosa e con grande determinazione mi tolsi dalla mente l'illusione di poter diventare un grande liutaio e tanto meno un violista famoso. Che fare dunque?

L'Italia fascista era già in guerra in Africa orientale e di conseguenza alcuni stabilimenti, trasformati in produzione bellica, reclutavano mano d'opera specializzata e per questo esonerata dal servizio militare. Mi informai quale fosse la prassi per ottenere l'assunzione; quale fosse lo stabilimento più importante e quale fosse la prova di lavoro richiesta. La soluzione fortunatamente arrivò inaspettata ed in breve tempo, per l'interessamento dei genitori della mia fidanzata, i quali conoscevano una famiglia abitante nella stessa via, con un figlio, laureato ingegnere, impiegato in qualità di capo reparto nello stabilimento Piaggio di Pontedera (Pisa), grande stabilimento di produzione bellica specializzato nei motori per aerei da bombardamento. La stessa fabbrica che nel dopoguerra ideò e costruì la famosa motoretta Vespa.

Per alcuni giorni, nella bottega di mio padre, mi esercitai eseguendo a lima diversi lavori di precisione; dopo di ciò inoltrai presso la Piaggio la domanda per l'ammissione alla prova di lavoro. Infatti, dopo pochi giorni fui avvertito di presentarmi presso la fabbrica per l'esame pratico. La prova consisteva nell'esecuzione a lima di un esagono maschio incastrato in un esagono femmina, da eseguire nel tempo massimo di 24 ore (tre giornate lavorative). La prova riuscì e quindi fui immediatamente assunto, grazie naturalmente anche all'appoggio dell'ingegnere.

Come è facile capire, questa mia nuova attività lavorativa aveva di colpo impresso un cambiamento radicale alla mia vita: partenza dalla mia abitazione alle sei del mattino per raggiungere in bicicletta la stazione ferroviaria distante circa tre chilometri; percorrerne in treno ancora venti per raggiungere Pontedera. È comprensibile quale fosse il disagio di questo genere di vita lavorativa nei confronti del tranquillo ritmo di quella spensierata che mi ero lasciato alle spalle!

In ogni modo la mia forza di volontà era così grande da non sentire alcun sacrificio, nella consapevole speranza che un giorno avrei potuto realizzare onorevolmente il mio sogno d'amore. È ovvio dire che arrivato a sera la giornata, considerando il tempo del lavoro, sommato al disagio del viaggio, rappresentava una vera maratona di dodici ore. Dopo brevissimo tempo, consigliato dai miei genitori, ebbi la fortuna di potermi sistemare presso un'ottima ma modesta pensione a Pontedera: camera singola, colazione e due pasti al prezzo di nove lire al giorno. A titolo di curiosità la mia paga era di due lire l'ora, per un totale di quaranta ore settimanali, equivalenti a lire ottanta per settimana.

Dopo poco più di un anno alle dipendenze della Piaggio, essendomi notevolmente perfezionato nei lavori di precisione, mi sentivo abbastanza sicuro per tentare un salto di qualità. Decisi di presentarmi come operaio specializzato di alta precisione presso il famoso silurificio Moto Fides di Livorno. Feci le mie indagini relative all'esame da sostenere e, nel caso di una probabile riuscita positiva, quale sarebbe stato il vantaggio economico. Dopo aver fatto i miei accertamenti, inoltrai la mia domanda presso il silurificio, chiedendo di essere ammesso per eseguire la prova di lavoro: prova che in caso di esito positivo mi avrebbe promosso meccanico attrezzista di alta precisione.

Nel giro di pochi giorni, la ditta Moto Fides, avendo accettato la mia richiesta, mi comunicò il giorno in cui dovevo presentarmi per eseguire la prova d'esame. Non ricordo il mese, ma si era verso la metà dell'anno 1938 quando mi presentai al grande e famoso silurificio per eseguire la difficile prova che, se superata, mi avrebbe garantito un lavoro sicuro, economicamente più vantaggioso ed in più mi avrebbe consentito l'esonero dal servizio militare, anche in tempo di guerra.

La prova di lavoro, comunemente detta in gergo meccanico "capolavoro", consisteva nell'eseguire a lima su lastra di acciaio un profilo sagomato per il controllo di un particolare del siluro, da eseguirsi al tornio. In sostanza si trattava di costruire un calibro fisso di precisione millesimale, maschio e femmina. Inoltre la stessa prova doveva essere eseguita in tre esemplari identici, e ciò per necessità del procedimento di lavoro e cioè un esemplare veniva custodito in magazzino, uno andava al reparto collaudo per il controllo dei particolari torniti, ed il terzo esemplare veniva adoperato dall'operaio tornitore per il controllo del particolare che egli torniva e che logicamente doveva avere l'esatto profilo del calibro stesso.

Dopo circa dieci giorni di lavoro, veramente snervante, dominato dal pensiero di una probabile bocciatura, completai e consegnai il mio "capolavoro" nei tre esemplari identici. Qualche settimana dopo la direzione dello stabilimento mi comunicò che il reparto collaudo aveva giudicato positivamente la mia prova di lavoro, perciò mi invitava a presentarmi al più presto per le regolari modalità relative alla mia assunzione. L'inizio di questo nuovo lavoro mi comportava un disagio assai minore del precedente, consentendomi di raggiungere Livorno in breve tempo a mezzo di un trenino locale dell'Azienda Municipale Trasporti, che partendo dal centro città faceva la prima fermata a poche centinaia di metri dalla mia abitazione, proseguendo quindi per Marina di Pisa, Tirrenia, Calambrone e Livorno (Porta Fiorentina), dove io discendevo e camminando di buon passo raggiungevo il silurificio in quindici minuti.

Il reparto cui ero stato assegnato era particolarmente importante in quanto in esso erano eseguite parti meccaniche di precisione millesimale, il controllo delle quali si faceva con strumenti ottici forniti dalla famosa casa tedesca Zeiss. Inoltre era necessaria la padronanza del disegno meccanico, che io conoscevo abbastanza bene per averlo studiato in precedenza. In seguito raggiunsi un buon grado di perfezionamento con l'aiuto dei miei compagni di lavoro, gentilissimi e disposti alla collaborazione.

Con il passare dei mesi ottenni una tale sicurezza che mi permetteva di eseguire ogni genere di lavoro, anche i più difficili, con la massima facilità. Tengo a precisare che nel reparto attrezzeria non si esegue mai il lavoro a catena, ma ogni lavoro è sempre unico e diverso, sempre di alta precisione e con difficoltà impreviste. I mesi trascorsero con entusiasmo sempre crescente sia per il lavoro in se stesso, sia per il vantaggio economico; ma principalmente per aver dimostrato concretamente il mio impegno morale nei confronti dei genitori della mia futura sposa. Ma unitamente a questa sincera volontà di conquista era ovvio e comprensibile che restasse in me una nostalgia assai profonda per gli anni dedicati alla conquista dell'arte della musica e della liuteria.

A questo punto siamo giunti finalmente al giorno di capodanno 1940, giorno della celebrazione del mio matrimonio con la donna che amavo e fu il giorno assolutamente più bello e indimenticabile della mia vita. Dopo la cerimonia nuziale partenza per il tradizionale viaggio verso la città eterna, dove trascorremmo felicemente la nostra luna di miele.

A Livorno era stato preparato, ovviamente in precedenza, il nido che doveva accoglierci ed unirci, rappresentato da un nuovo ma modesto appartamento di quattro locali in un complesso dell'Istituto Case Popolari, posto in Via Luigi Ademollo 6, al secondo piano.

Da questo momento il disagio quotidiano del viaggio Pisa-Livorno e viceversa era ormai un ricordo del passato e ciò rappresentava un vantaggio non indifferente per la mia vita lavorativa, in quanto potevo raggiungere il silurificio in quindici minuti di bicicletta. È ovvio dire che traslocando nella nostra nuova casa di Livorno non potevo dimenticare la mia attrezzatura da liutaio, compreso il piccolo banco da lavoro, una certa quantità di legname, ecc. Il tutto fu sistemato nel migliore dei modi nella stanza più piccola dell'appartamento, sperando che in un prossimo (o lontano) giorno mi sarei potuto dedicare, magari saltuariamente, alla mia gran passione per la liuteria. Inoltre non potevo dimenticare di portare con me la mia viola con tutta la musica, pur sapendo probabilmente di non avere il tempo di studiare. Lasciai soltanto – in casa dei miei genitori, per ragioni di spazio – un violoncello, una viola e due violini (abbiamo già narrato nella XI Parte l'infelice storia di questi strumenti ed in particolare la straordinaria odissea del famoso violoncello, tornato incredibilmente in mio possesso dopo oltre quarant'anni).

Proseguiamo ora con il racconto della mia vita lavorativa. La produzione del silurificio andava aumentando a pieno ritmo e di conseguenza aumentava il numero dei dipendenti e oltre a ciò furono stabilite per tutti dieci ore lavorative giornaliere e sei ore la domenica. Le prospettive di produzione del prossimo futuro erano state comandate categoricamente: produrre al più presto possibile un siluro al giorno, compresi i giorni festivi. La situazione politica italiana stava precipitando, tanto che all'inizio della primavera (1940) furono sganciate alcune bombe su Livorno dall'aviazione francese, fortunatamente senza gravi conseguenze.

XIII PARTE - Gli anni della guerra

I pronostici si avverarono assai prima del previsto, ed il giorno 10 giugno dello stesso anno l'Italia fascista, unitamente alla Germania, dichiarò guerra all'America! Le restrizioni alimentari, già in atto, furono aggravate ulteriormente, creando di conseguenza il mercato nero. Fu dato inizio alla costruzione dei rifugi antiaerei, che in pratica potevano essere considerati un tranquillo ricovero soltanto dove non cadevano le bombe!

Così, tra un susseguirsi di allarmi aerei, senza particolari conseguenze, ma tanta paura, si giunse al fatidico 28 maggio 1943, quando sulla città di Livorno, alle 11 del mattino, fu effettuato il primo di una lunga serie di bombardamenti, cagionando la quasi totale distruzione della città e migliaia di morti. A distanza di pochi mesi la stessa sorte fu subita dalla città di Pisa. A questo punto fu necessario lo sfollamento in un luogo distante dagli obiettivi militari, e cioè in piccoli paesi di campagna, distanti dalle città, per poter mettere in salvo per prima cosa la famiglia ed in seguito le cose di maggior valore e più necessarie.

Qualche settimana prima dell'incursione su Livorno avevo trasferito a scopo precauzionale mia moglie e i due piccoli figli a Pisa, nella casa dei nonni materni; ma dopo alcuni giorni fu deciso lo sfollamento definitivo in un piccolo paese a circa trenta chilometri da Pisa, presso Pontedera, situato sulla cima di un'amena collina e precisamente nominato Montecastello. Quest'ultimo trasferimento (che poi non fu proprio l'ultimo) fu davvero provvidenziale, perché dopo pochi giorni, esattamente il 2 agosto 1943 avvenne il primo bombardamento di Pisa con varie centinaia di morti ed incredibili distruzioni.

Io continuai a vivere da solo a Livorno ancora per qualche settimana, ma la frequenza degli allarmi aerei, durante i quali era fatto obbligo di correre nei rifugi, con la conseguenza che la produzione era ridotta ad un minimo intollerabile, costrinse la ditta a decidere il decentramento della fabbrica in due località diverse, una parte in un paese della Garfagnana (provincia di Lucca) e una parte a Rovezzano, a circa cinque chilometri da Firenze, sulla linea di Arezzo, dove fu destinato il reparto di cui io facevo parte.

Fui molto soddisfatto di tale assegnazione, principalmente per l'occasione di trovarmi a due passi dalla bella città di Firenze, dove mi ero recato due anni prima per conoscere di persona il celebre liutaio Igino Sderci, abitante in Via Montanara 6, nei pressi di Piazza delle Cure: era un giorno del 1941, quando molto coraggiosamente partii alla volta di Firenze per incontrarmi con questo grande artista e mostrargli uno dei miei primi strumenti, per avere un suo giudizio sulla mia liuteria veramente dilettantesca. Fu estremamente gentile e con molta sincerità mi fece importanti correzioni, incoraggiandomi a continuare e pregandomi di consultarlo ogni volta che io avessi avuto bisogno del suo aiuto. Infatti, a brevi intervalli, su mia richiesta, ricevevo per lettera le sue preziose osservazioni e correzioni; ma soprattutto questo epistolario ebbe il gran merito di creare tra noi due una sincera e duratura amicizia, fino al giorno della sua morte avvenuta nell'anno 1983, alla bella età di anni 99!

Giunto dunque a Rovezzano mi affrettai a mettermi in contatto con l'amico Sderci anche per rassicurarlo che ancora ero in vita, non ostante la frequenza dei bombardamenti di Livorno e che nel giro di pochi giorni sarei andato di persona a salutarlo; e al tempo stesso per cercare in Firenze una camera dove alloggiare, dato che a Rovezzano non c'era questa possibilità. D'altro canto non potevo permettermi di alloggiare in albergo.

Mi recai quindi a Firenze e per prima cosa fece la mia visita all'amico Sderci, il quale mi accolse con grande gioia ed io con grande piacere mi rallegrai con lui per il suo magnifico stato di salute, in piena forma di attività lavorativa, benché avesse già compiuto i sessant'anni. Inoltre, per ciò che riguardava la mia difficoltà di trovare un conveniente alloggio, egli mi informò che proprio nella casa di fronte era sfitta una camera in un appartamento di proprietà di due anziane sorelle sue conoscenti, le quali ben volentieri l'avrebbero data in affitto a persona di fiducia. Conclusi subito l'affare, che oltre al piacere dell'ottima sistemazione mi dava la possibilità, quasi ogni sera, di godermi un'ora o due la compagnia dello Sderci.

Il lavoro a Rovezzano si svolgeva in una grande villa antica situata al centro di un magnifico parco recintato. Per dare inizio alla produzione si rendeva necessario un vasto impianto per la collocazione di vari macchinari assai complicati, per cui era previsto un tempo minimo di tre mesi. Io, come tanti miei colleghi, svolgevo lavori in muratura e manovalanza sotto la guida di un ingegnere. La fatica era notevole, sia per il lavoro in se stesso sia per il caldo estivo. Comunque, dopo circa tre mesi e mezzo tutte le macchine erano state piazzate nei locali della villa e quindi potevamo dare inizio alla produzione, ed io avrei potuto finalmente riprendere il lavoro che mi competeva, vale a dire meccanico attrezzista di alta precisione. Ma non fu assolutamente così! Un nuovo, insolito genere di lavoro mi aspettava e voglio subito raccontare di cosa si trattava.

XIV PARTE - L'arte di arrangiarsi

Le truppe tedesche erano in rotta, incalzate dalle forze americane, e una volta giunte a Firenze, abbattuti i ponti sull'Arno, escluso il Ponte Vecchio, qui si fermarono e occuparono la parte nord della città per poter depredare il meglio e il più possibile. In pochi giorni tutte le macchine già installate e pronte per la produzione vennero smantellate e caricate su camion militari tedeschi; questi, col loro prezioso carico, furono avviati in Germania. Ovviamente noi dipendenti restammo disoccupati, senza soldi, e liberi di decidere il nostro destino. Che fare? A Rovezzano c'era una grande caserma di paracadutisti, i quali, per non cadere prigionieri dei tedeschi, avevano abbandonato precedentemente la caserma, dandosi come si suol dire alla macchia. Nei magazzini di questa caserma, occupata naturalmente dalla truppa tedesca, erano conservate migliaia di paracadute, scarpe da paracadutisti, vestiario, guantoni in pelle, lenzuola, ecc. I militari tedeschi, senza indugio, cominciarono a vendere ciò che a loro non interessava ed in particolar modo i paracadute ed il vestiario.

Bisogna dire che i paracadute di allora erano costruiti in pura seta naturale, nel suo stupendo colore giallo avorio, con i relativi cordami in cotone. Io, senza perdere tempo, mi trasformai in commerciante in seta pura, aggiungendo così un nuovo mestiere alla lunga catena dei precedenti. Ogni paracadute, oltre che fornire tessuto per fare molte bellissime camicie, dava anche una notevole quantità di cordame di puro cotone, che una volta disfatto e reso in grossi gomitoli era molto ricercato per produrre calze e calzini. Naturalmente i tedeschi si fecero furbi; vista la gran richiesta, giorno dopo giorno alzavano il prezzo. Oltre a ciò vi era un'altra trovata da parte dei signori tedeschi! Ecco come. Una volta consegnato il paracadute al cliente e ricevuto il danaro pattuito, dopo pochi secondi gli correvano dietro con il mitra obbligandolo a restituire la merce appena acquistata. Così potevano rivendere il paracadute una seconda volta, e forse anche una terza!

Io avevo molti clienti in Firenze, grazie all'interessamento delle due vecchie sorelle che mi ospitavano. Nel frattempo l'amico liutaio Sderci era sfollato in un paese del Valdarno, assieme alla moglie ed al figlio Luciano, ed io facevo conto di riunirmi alla mia famiglia nel paese di Montecastello. Lo feci prima del previsto, perché una mattina, poco dopo le dieci, mentre stavo insaponandomi il viso per la consueta rasatura, sentii, per la prima volta a Firenze, il sibilo delle sirene che annunciavano l'allarme aereo. Con il sapone sulla faccia e mezzo svestito mi precipitai fuori di gran corsa e percorrendo la ferrovia raggiunsi la galleria che si trovava a circa cinquecento metri dalla mia abitazione. Dopo due o tre minuti il boato tremendo dell'esplosione delle micidiali bombe a meno di duecento metri dalla mia abitazione. Fu distrutto l'edificio della rimessa dei filobus, con la morte di cinque operai. Altre bombe in Piazza Cavour con ingenti danni.

Dopo questo avvertimento, senza indugiare, raggiunsi la mia famiglia a Montecastello.

La mia nuova qualifica di commerciante mi costringeva ad un ritmo di vita intensa e faticosa. Ogni mattina raggiungevo in bicicletta la stazione ferroviaria di La Rotta, distante circa quattro chilometri, per coprirne in treno altri sessanta fino a Firenze. Da qui giungevo a Rovezzano con l'autobus e andavo direttamente alla caserma occupata dai tedeschi per avere la probabilità, o meglio la fortuna, di poter acquistare, come minimo, un paracadute.

Questo tipo di commercio si protrasse per altri due mesi e cioè fino all'esaurimento della merce. A questo punto, essendo ormai diventato commerciante professionista, si rendeva necessario cambiare articolo, e così avvenne. Mi improvvisai mercante di diamanti e metalli preziosi! Racconterò ora anche questa storia singolare della mia vita lavorativa.

XV PARTE - Il commercio dei preziosi

In alcuni paesi sparsi lungo il corso del fiume Arno, nel tratto compreso tra Pontedera ed Empoli, esistevano (ed esisteranno certamente anche adesso) alcune famose concerie di cuoio e pellami, i cui proprietari, in possesso di ingenti somme di denaro, cercavano disperatamente di poter investire i loro lauti guadagni in oggetti preziosi, per la semplice ragione che la moneta si svalutava precipitosamente di giorno in giorno.

Per la massa della popolazione la situazione era esattamente inversa. Nei vari paesi, lontani dalle città, risiedevano a migliaia gli sfollati; in parte accampati in capanne o sistemati nelle case coloniche, pur di mettersi al sicuro dai frequenti bombardamenti che avvenivano di solito su obiettivi militari delle città. Tutta questa moltitudine, disoccupata e disperata, in generale aveva bisogno di denaro per poter acquistare il fabbisogno giornaliero, e quindi erano costretti a disfarsi, sebbene a malincuore, dei loro oggetti di valore: anelli con brillanti, braccialetti, spilli, catenine, collane di perle, monete d'oro e oggetti d'argento. Io quindi, con l'insegnamento di un mio amico orafo, mi attrezzai adeguatamente per saper conoscere la "caratura" dell'oro e la purezza dei brillanti. I bilancini per pesare con precisione gli oggetti mi furono procurati da un signore pisano sfollato a Montecastello, nello stesso edificio dove era sistemata la mia famiglia: lui li aveva trovate frugando tra le macerie dei bombardamenti di Pisa. Così, viaggiando in bicicletta, andavo da un paese all'altro dove maggiormente era densa la presenza degli sfollati, i quali passando la parola ad altri mi preparavano nuovi clienti per i giorni successivi.

Una volta in possesso di una quantità di merce corrispondente al denaro a mia disposizione, il successivo giorno mi recavo dal mio cliente di fiducia, proprietario di una rinomata conceria, il quale mi ritirava tutto ciò che avevo potuto acquistare, con un notevole margine di guadagno da parte mia; così, i giorni seguenti, avendo a disposizione una somma maggiore, maggiore sarebbe stato il mio potere d'acquisto.

Con quest'attività commerciale andai avanti più o meno bene esattamente fino all'arrivo (finalmente!) delle truppe americane. A questo punto fu necessario indietreggiare dalla linea gotica (o fronte gotico), rappresentata dal fiume Arno, dove sulla sponda nord si era appostata la truppa tedesca per fronteggiare quella americana appostata sull'opposta sponda del fiume. Indietreggiammo dunque fino al paese di S. Gervasio dove, oltre a sentirci più al sicuro dalle cannonate tedesche, ci eravamo congiunti alla famiglia dei miei suoceri, già da qualche tempo sfollati in questo paese.

Si viveva in un clima di guerra in compagnia della truppa americana, da cui però potevamo ricavare notevoli aiuti alimentari. Ma anche da qui, per l'intensificarsi dei cannoneggiamenti tedeschi, fu necessario indietreggiare ancora per parecchi chilometri e precisamente nel paese di Forcoli, presso una famiglia di contadini che ci mise a disposizione il fienile, raggiungibile con una scala a pioli e con la compagnia notturna di innocui topolini! Fu una residenza breve, ma veramente felice. Felice perché finalmente ci sentivamo al sicuro, trovandoci fuori dal tiro delle cannonate tedesche e felici della sincera cordialità della buona famiglia contadina, che inoltre ci aiutava anche a risolvere l'importante problema alimentare.

Da parte nostra, essendo il tempo della vendemmia, ben volentieri e con entusiasmo demmo un valido aiuto per la raccolta dell'uva e per la pigiatura. Finalmente, com'era previsto, gli americani riuscirono ad attraversare l'Arno, costringendo i tedeschi a galoppare verso nord, purtroppo distruggendo tutto ciò che non potevano rubare e uccidendo barbaramente e senza motivo centinaia e centinaia d'innocenti.

XVI PARTE - Il ritorno a Livorno ed il contrabbasso

Ritornammo sui nostri passi fino a Montecastello per poter organizzare la nostra partenza con destinazione Livorno.

Su di un grande carro trainato da un cavallo, caricammo tutto il nostro mobilio e tutto ciò che avevamo potuto salvare. Il viaggio fu lungo e faticoso, ma la felicità di ritornare sani e salvi nella nostra casa e la prospettiva di riprendere una vita normale ci ricompensavano largamente di qualsiasi sacrificio. La città di Livorno si presentò ai nostri occhi irriconoscibile, martoriata da un'infinità di bombardamenti. Inoltre le strade erano letteralmente invase di materiale bellico americano, sistemato in grandissimi cassoni di legno, disposti uno sopra all'altro, che potevano raggiungere e anche superare i primi piani delle case. Le strade erano percorse ovunque da camion militari, jeep e jeepponi, guidati da soldati americani e da civili italiani assunti dalle forze armate americane per il trasporto di ogni genere di materiale.

Una volta sistemata alla meglio la nostra casa, era giunto anche il momento di cercare il lavoro; e cercare lavoro non presentava nessuna difficoltà. Vi era soltanto il problema della scelta e di sapersi adattare a qualsiasi mansione e naturalmente alle dipendenze delle forze armate americane. Cominciai con l'accettare il lavoro di carpentiere e cioè: costruzione di locali in legno per l'alloggiamento e la conservazione di ogni genere di viveri in scatola. Dopo pochi giorni venni a sapere che la grande fabbrica Moto Fides (il silurificio dove io avevo lavorato fin dall'anno 1938) era stata acquistata dalle forze armate americane per la riparazione e manutenzione di ogni genere di armamenti provenienti dal fronte di guerra: fucili, mitragliatrici, cannoni di ogni tipo, carri armati, camion militari. Per questo vi era una gran richiesta di manodopera, prevalentemente operai meccanici specializzati.

Mi recai senza indugio all'ufficio assunzioni dello stabilimento. Dopo un breve colloquio fui assunto immediatamente, con paga giornaliera di cento lire (cento lire al giorno!). È ovvio che questo genere di lavoro non era di mio gradimento, come non lo era quello di carpentiere, ma la precaria situazione economica lo esigeva. Lo accettai con la speranza di trovare di meglio più avanti.

Questo lavoro si protrasse per alcune settimane, quando venni a conoscenza che da parte del comando americano c'era richiesta di musicisti per la formazione di orchestre da ballo, poiché erano stati costituiti vari club per le diverse categorie militari. Numerosi specialmente i club per soldati semplici; poi c'erano quelli per ufficiali bianchi; per ufficiali di razza nera e ancora per soldati di razza nera. Cominciai a indagare e seppi che i vari musicisti avevano il loro recapito presso un bar del centro, dove alcuni incaricati si occupavano di collocare gli elementi richiesti dalle varie formazioni di musica da ballo.

Purtroppo per me c'erano pochissime probabilità d'ingaggio perché gli strumenti ad arco erano del tutto esclusi per la musica da ballo. La richiesta era prevalentemente per pianisti, sassofonisti, batteristi, suonatori di tromba e trombone. Ma la richiesta maggiore era per i suonatori di contrabbasso, di cui la maggior parte delle orchestre era sprovvista.

Non esitai un solo istante e seriamente mi dissi: devi studiare immediatamente il contrabbasso! Mi informai a Pisa consultando vecchi amici musicisti, i quali mi indicarono una famiglia che possedeva un contrabbasso di un loro congiunto contrabbassista, morto già da diversi anni. Lasciai una caparra e, tornato a Livorno, mi recai dal maestro Compare, ottimo professore contrabbassista, per sapere se era disposto a darmi lezioni di tale strumento. La sua risposta fu positiva ed inoltre mi assicurò che mi avrebbe imprestato i vari metodi occorrenti, dato che i bombardamenti avevano distrutto l'unico grande negozio di musica della città. Intanto si era rapidamente diffusa la voce che io avevo acquistato un contrabbasso con l'intenzione di studiarlo seriamente sotto la guida del noto maestro Compare. Dopo pochi giorni, pieno di entusiasmo, andai di nuovo a Pisa per ritirare lo strumento, custodito in una pesante cassa di legno. Non mi fu difficile trovare un facchino che, caricato il pesante cassone su di un carretto, mi accompagnò alla stazione.

Per la cronaca devo far sapere che a quel tempo i treni per passeggeri erano rarissimi e si era costretti a viaggiare sui treni merci, che transitavano senza orari stabiliti e naturalmente si viaggiava senza biglietto! Al primo treno merci che si mosse con destinazione Livorno caricai il cassone su un carro bestiame e dopo un paio d'ore giunsi a Livorno col pesante fardello. Quel giorno stesso, dopo l'arrivo trionfale del mastodontico strumento, si presentò a casa mia un musicista per accertarsi se realmente era vero quello che si diceva in giro, che io avevo cominciato a prendere lezioni di contrabbasso dal maestro Compare! Lo feci passare in salotto e gli mostrai lo strumento ancora dentro il cassone, informandolo che soltanto poco più di un'ora prima ero giunto da Pisa con il pesante carico. Dopo di ché gli spiegai che la mia intenzione era di studiare seriamente per un certo periodo, tanto per acquisire una tecnica sufficiente da potermi impegnare senza arrossire in qualsiasi formazione di musica da ballo. Dalla sua espressione il mio interlocutore sembrava non ascoltare ciò che io gli stavo dicendo; subito, con gioia indicibile, mi disse che la sera stessa, alle sette, dovevo presentarmi con il mio contrabbasso presso un club di ufficiali americani, situato abbastanza vicino alla mia abitazione, per festeggiare l'inaugurazione del club stesso. Mi spigò che la mia presenza era determinante, in quanto il sergente del club non avrebbe accettato una formazione diversa da quella già precedentemente pattuita e di conseguenza avrebbe annullato il contratto. Un accordo che prevedeva due mesi di prestazioni.

Furono inutili le mie giustificazioni, evidentemente più che logiche, considerando assurdo il dovermi presentare ad un pubblico in veste di contrabbassista senza aver mai studiato un tale strumento, del quale non conoscevo nemmeno l'accordatura!

Comunque, con il quartetto al completo (piano, clarino, batteria e contrabbasso) facemmo il nostro ingresso nel parco della splendida villa dove, all'ombra di grandi alberi, qualche decina di ufficiali stava seduta davanti a numerosi piccoli tavoli. A giudicare dal loro comportamento si poteva ben capire che regnava in generale uno stato di ubriachezza piuttosto avanzata. Il nostro pianista, per incoraggiarmi, ordinò al cameriere di portare pere me un bicchiere con dentro un miscuglio di liquori e cubetti di ghiaccio. Lo trangugiai rapidamente anche perché, essendo una caldissima giornata di agosto, l'arsura invitava a bere bevande molto fredde. Il pianista precedentemente mi disse di non preoccuparmi delle note, in quanto io dovevo battere la mano destra sulla tastiera come per schiaffeggiarla, ritmicamente e gridando come era in uso nelle orchestre di colore. Attaccammo il primo pezzo a ritmo indiavolato ed io, già sotto l'azione di quella bevanda, ebbi un successo insperato, tanto che un ufficiale, seduto ad un tavolo distante alcuni metri dalla nostra pedana, si alzò per venire verso di me. Barcollando sulle gambe malferme, reggendo un bicchiere colmo di birra che ad ogni passo si rovesciava un po' per terra, mi guardava fissamente e alzando in aria la mano libera, unendo l'indice al pollice mi faceva ripetutamente il segno di OK.

Dopo circa due mesi di tirocinio la mia fama di contrabbassista era ormai nota in tutta la città e le richieste di ingaggio mi giungevano una dopo l'altra. Fino al 1947, anno in cui gli americani lasciarono l'Italia, ho fatto parte di almeno sei complessi di veri professionisti di musica jazz. Nell'ultimo, composto da quindici elementi di valore, sono rimasto a lungo; quasi tre anni. Con questa formazione, diretta dal noto ballerino e fantasista Otello Bacci, abbiamo sostenuto la parte musicale in una festa da ballo nel film Senza Pietà interpretato da Carla Del Poggio e con la regia di Alberto Lattuada. Inoltre, due volte la settimana, trasmettevamo musica da ballo per le forze armate dalla stazione radio P.B.S. americana.

Partiti che furono gli americani, immediatamente la nostra attività musicale giornaliera ebbe termine o meglio fu ridotta a sporadici servizi soltanto il sabato e la domenica in varie balere civili. L'intensa attività musicale al servizio degli americani era stata veramente una manna del cielo, risolvendo largamente i gravi problemi economici di quei tempi di guerra.

XVII PARTE - I primi importanti riconoscimenti all'artista

A questo punto bisognava assolutamente abbandonare la professione di contrabbassista e cercare una soluzione di stabilità per l'avvenire. La liuteria, almeno in quel momento, non avrebbe potuto dare nessun affidamento economico e quindi doveva restare soltanto un hobby.

Non mi restava altra soluzione che rivolgermi nuovamente alla Moto Fides, che nel frattempo, dopo la partenza degli americani, si era trasformata da produzione bellica a produzione di pace e precisamente di telai lineari per calze in nylon da donna. Mi presentai alla direzione della fabbrica quale ex dipendente con la qualifica di operaio specializzato e l'assunzione fu immediata. Questo mio ennesimo nuovo genere di lavoro era completamente diverso rispetto alla meccanica di alta precisione a cui ero addetto durante gli anni di guerra, quando si fabbricavano i siluri. La nuova occupazione, per dirla molto in breve, consisteva nel montaggio di decine di migliaia di particolari e alla fine del collegamento di tutti questi pezzi il risultato era una macchina funzionante in modo quasi automatico, lunga venticinque metri e pesante circa duecento quintali. E una volta messa in funzione produceva ventotto calze ogni mezz'ora.

Per il lavoro di montaggio di tutto il complesso, compresa la registrazione di infiniti congegni e la messa in produzione del telaio per almeno otto giorni, erano necessari non meno di quattro mesi di lavoro di tre operai altamente specializzati. A titolo di curiosità dirò che il prezzo di un telaio così fatto, nell'anno 1948, era di ventotto milioni di lire.

Nel reparto montaggio vi erano costantemente in allestimento quattro telai. Per ognuno di essi, terminata la prova finale di otto giorni di produzione, avveniva ordinatamente lo smontaggio dei vari gruppi, che a loro volta erano sistemati in apposite casse, pronte per essere spedite a mezzo autotreno presso il calzificio cui il telaio era destinato. I clienti più importanti e più numerosi erano disseminati nelle regioni del nord Italia. Presso il calzificio a cui era destinato il telaio giungevano in precedenza due montatori ed un operaio registratore, per valutare l'ambiente ed assistere allo scarico ed alla collocazione ordinata delle varie parti del telaio. Il montaggio completo veniva terminato in due mesi, al termine dei quali i due operai montatori rientravano in ditta, mentre l'operaio registratore restava ancora per circa un mese per portare a termine la completa registrazione e consegnare il telaio in normale produzione (vale a dire funzionante giorno e notte per tre turni di otto ore ciascuno) ed inoltre istruire gli operai telaristi ed il tecnico responsabile del calzificio. Dopo circa tre anni di esperienza al montaggio in fabbrica mi fu concesso di andare in trasferta in qualità di operaio addetto al montaggio e successivamente, dopo pochi mesi, fui promosso registratore. Era un incarico di grande responsabilità, che svolgevo con passione. Riuscii sempre a soddisfare le esigenze dei vari clienti, ma soprattutto ebbi la soddisfazione di ricevere gli elogi dei miei superiori.

A questo punto, prima di iniziare il racconto del mio vagabondaggio nelle varie regioni italiane per l'installazione dei telai, credo sia molto interessante raccontare ciò che ero riuscito a realizzare nel campo della liuteria, a partire dal 1945 fino a tutto il 1955, lavorando nei pochi ritagli di tempo nei giorni feriali e con più profitto in quelli festivi, compreso naturalmente il periodo quindicinale delle ferie estive.

In questi dieci anni riuscii a costruire una decina di strumenti, tra violini, viole e l'inizio di un violoncello. Quest'ultimo successivamente, per l'esattezza nel 1971, fu premiato con medaglia d'oro (1° premio) al concorso di liuteria moderna di Cremona.

Nel 1952, in occasione del concorso nazionale di liuteria contemporanea presso l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia in Roma, partecipai presentando un violino, una viola ed una serie di accessori (piroli e cordiere complete di bottoni).

Nei primi giorni dell'apertura della mostra io, assieme al mio amico liutaio Piero Badalassi di Pisa, mi recai a Roma per la curiosità e l'interesse di vedere i lavori dei veri maestri liutai, dei quali complessivamente erano stati ammessi al concorso, e quindi all'esposizione pubblica, circa cinquanta strumenti. La mia grande speranza era limitata soltanto al poter vedere i miei strumenti riconosciuti idonei dalla giuria e quindi esposti. Invece, entrando nella grande sala, dove nelle vetrine si potevano ammirare i magnifici strumenti dalle vernici lampeggianti, la sorpresa! In una di queste vetrine, dove erano radunati violini e viole premiati, una viola risultava vincitrice del secondo premio (di lire 25.000), assegnato al maestro liutaio Renzo Bechini di Livorno!

L'emozione di tale successo fu veramente grande, ma le sorprese non erano finite. Nella stessa grande vetrina, dove erano allineati gli strumenti premiati, c'era pure un violino con appeso un cartellino dove si leggeva: secondo premio di riconoscimento (di lire 18.000) del Ministero per l'Industria e Commercio rilasciato al maestro liutaio Renzo Bechini di Livorno. Continuando la visita, inaspettatamente vidi, ben visibili, esposti in una piccola ed elegante vetrina, i miei accessori: piroli, cordiere, ecc. (unici accessori in tutta l'esposizione) con l'ennesima premiazione. Medaglia d'argento rilasciata al maestro liutaio Renzo Bechini di Livorno, per la partecipazione alla sezione mostra di accessori per strumenti ad arco.

Inutile descrivere quanto grande sia stata l'emozione e l'indicibile gioia di tale inaspettato successo. Ma le sorprese e le emozioni non finirono qui. Dopo un paio di mesi dalla chiusura della mostra mi giunse una lettera da un dottore commercialista di Milano, che si qualificava rappresentante di una rinomata casa americana di strumenti ad arco, il cui direttore, Mr. Brinz, venuto a Roma per visitare la mostra, era rimasto positivamente impressionato dallo stile personale dei miei lavori, e si dichiarava disposto a ritirare tutta la mia produzione. Io purtroppo avevo disponibili solo quattro strumenti, ma in ogni caso in pochi giorni fu concluso l'affare al prezzo di cento dollari ciascuno. Io stesso, non senza difficoltà, progettai ed iniziai la costruzione di una cassa unica per contenere i quattro strumenti che successivamente spedii via mare negli USA. Gli strumenti arrivarono sani e salvi al loro destino, ma non mi fu possibile, per ragioni di tempo, soddisfare ulteriori richieste di Mr. Brinz.

Dopo questa parentesi liutistica riprendo il racconto del mio girovagare nelle regioni del nord, comprese Emilia e Toscana, per l'installazione dei telai per calze. Il primo mese di lavoro del montaggio di questo grande e complicato macchinario era di notevole fatica fisica, davvero snervante. Mentre nei mesi successivi, fino alla consegna al cliente, era più che altro uno sforzo mentale e sempre col timore di commettere un qualsiasi errore che cagionasse danni materiali enormi, senza contare i sicuri provvedimenti disciplinari nei miei confronti da parte dei superiori. Altro aspetto negativo di questo lavoro consisteva nel dover vivere in modeste pensioni familiari, adeguate alla quota di trasferta percepita, e quindi il dover sopportare la mancanza di tante comodità, quelle consuete che ti offre lo scorrere normale della vita in seno alla propria famiglia. Inoltre non tutte le settimane mi era possibile tornare a casa, sia per l'eccessiva distanza sia molto spesso per esigenze di lavoro straordinario, che certe volte mi impegnava anche nei giorni festivi. Ma d'improvviso e inaspettatamente questo tram-tram si trasformò in maniera radicale. E si trasformò radicalmente anche per la mia famiglia a partire dall'anno 1956, come ora racconterò.

XVIII PARTE - Un personaggio originale: il ragionier Linetti

Un certo Franco Franchi, mio caro amico e collega, da qualche anno era impegnato come direttore tecnico del calzificio Eucalza, situato in una località poco distante da Brescia (S. Eufemia della Fonte). A questo amico era stata offerta, a condizioni assai vantaggiose, la direzione tecnica di un calzificio molto più importante dell'Eucalza. Ma la condizione per lasciare l'Eucalza, come da contratto, era che egli doveva trovare un sostituto di provate capacità tecniche indiscutibili. Questo mio collega ed amico, senza pensarci due volte, conoscendo le mie capacità relative all'impegno tecnico da sostenere, venne direttamente a Livorno pregandomi di accettare l'incarico. Da parte mia, essendo stanco della monotonia e dell'eccessiva responsabilità del mio faticoso lavoro, accettai di buon grado, tenendo anche conto del notevole vantaggio economico (lire 200.000 mensili, come dire quattro volte un normale stipendio dell'epoca).

Prima di accettare definitivamente fu combinato un incontro a S. Eufemia, per conoscere il proprietario del calzificio, ragionier Linetti, e soprattutto per avere una panoramica generale dell'ambiente di lavoro. Tutto, a prima vista, mi risultò positivo, perciò nel giro di poco tempo, dopo aver trovato un ottimo appartamento a breve distanza dal calzificio, fu eseguito il totale trasloco da Livorno con destinazione S. Eufemia della Fonte (nel settembre 1956).

Dopo la definitiva sistemazione familiare nella nuova residenza detti inizio all'ennesimo nuovo lavoro, con la qualifica di capo reparto tecnico. In poche settimane di esperienza mi trovai subito a mio agio, perfettamente. Facendo il confronto col difficile e faticoso lavoro precedente, questo nuovo incarico era di gran lunga più semplice e per niente faticoso. In breve tempo riuscii a migliorare l'organizzazione del lavoro, con il risultato di una più elevata qualità del prodotto finito, l'aumento della produzione e la diminuzione degli scarti dal dieci al cinque per cento. Il ragionier Linetti si dimostrò molto soddisfatto nei miei confronti, ma... mi fece chiaramente capire che bisognava insistere per ottenere risultati ancora migliori, onde far fronte, diceva lui, alla spietata concorrenza.

Ciò non corrispondeva assolutamente alla realtà, essendo il mercato della calza, in quel tempo, notoriamente di alto rendimento economico. Ben presto non mi fu difficile scoprire la vera ragione delle assurde pretese del nostro ragioniere, che egli stesso - senza volere - mi rivelò con il suo stranissimo comportamento, frutto di un'incredibile e morbosa avarizia.

Mi piace raccontare soltanto alcuni esempi di tale incredibile avarizia, uditi dalla sua viva voce. Prima di ogni altra cosa dirò, riferito da lui stesso, che oltre ad essere proprietario del calzificio possedeva al suo paese, Lonato a pochi chilometri da Brescia, una grande e moderna azienda agricola, con vacche da latte, tori di razze selezionate, frutteti di ogni specie ed una notevole produzione di granturco da seme. Inoltre mi raccontò quando, compiuti i trent'anni di età, si fidanzò con una brava ragazza, figlia unica di genitori benestanti e dopo tre anni di fidanzamento, per non aver trovato un accordo con i suoceri sulle spese per la cerimonia del matrimonio, nonché il disaccordo sull'entità della dote, il nostro ragioniere, senza tanti preamboli, fece dietro front, preferendo il celibato per sempre.

Il suo pranzo giornaliero, che regolarmente consumava nell'ufficio, era sempre composto esclusivamente dai prodotti della sua terra, accompagnati dal latte delle sue mucche. Altro esempio: uno dei suoi più importanti clienti era La Rinascente di Milano, dove lui si recava regolarmente ogni quindici giorni, per i contatti con l'ufficio acquisti. Il suo pranzo, durante questa uscita quindicinale, mi confessava lui stesso molto orgogliosamente, consisteva nel bere due bicchieri di latte freddo presso un bar della stazione centrale di Milano. Inoltre criticava e soffriva nel vedere e sapere che comuni operai si permettevano, sebbene raramente, di consumare il pasto in ristoranti del luogo.

Ancora un altro esempio, fra i tanti, del singolare comportamento di questa incredibile figura d'uomo. Per tutti i suoi appunti e annotazioni (organizzazione del lavoro, promemoria per appuntamenti, scadenze di pagamenti, note di acquisti di varia natura, ecc.) il nostro ragioniere non si sarebbe mai permesso di sprecare comuni fogli di altrettanto comuni blocchi, ma molto diligentemente, e con pazienza, dalle pagine delle lettere che giornalmente riceveva, ritagliava quella parte rimasta in bianco, dopo il dattiloscritto. Con estrema precisione ricavava piccoli rettangoli di carta, formando con essi dei mini blocchi, su cui scriveva un'infinità di appunti, grazie alla sua abilità di possedere un'insolita e microscopica quanto chiarissima scrittura, le cui lettere non superavano l'altezza di un millimetro. Ad un mio elogio rivoltogli per quella sua insolita abilità egli molto orgogliosamente mi rispose che - a conti fatti - quella insolita abilità gli consentiva un risparmio annuale non trascurabile.

Con il passare del tempo le lamentele di quest'originale personaggio divennero sempre più incalzanti, benché io cercassi di fare l'impossibile per dimostrargli che più di tanto non si poteva ottenere. A questo punto la mia volontà di continuare in quel difficile clima si stava indebolendo e cominciai a pensare seriamente ad una soluzione. Ma quale? Inaspettatamente si presentò da sola, per la mia liberazione.

XIX PARTE - Il trasferimento a Milano

L'ingegner Beghi, a suo tempo responsabile tecnico e direttore del silurificio Moto Fides e ugualmente direttore, a fine guerra, nella stessa fabbrica quando la produzione cambiò verso i telai per calze, era uscito dall'azienda per divenire rappresentante per l'Italia di un nuovo e modernissimo telaio prodotto da una ditta tedesca nella città di Ingolstadt. L'ingegner Beghi, avendo trovato da collocare uno di questi moderni telai presso il calzificio Nobis di Milano, si era trovato in grande difficoltà nel procurare un valido tecnico, che potesse seguire i tecnici tedeschi durante le fasi di montaggio e registrazione di questo nuovo e complesso telaio presso il detto calzificio. Il Beghi, dopo varie ricerche, ed in ultimo consigliato dal mio collega Franchi, già citato per avermi procurato la direzione del calzificio Eucalza, mi scelse definitivamente per assumere il nuovo incarico presso il calzificio Nobis.

Questa nuova ed imprevedibile proposta ebbe per me il sapore della liberazione dal giogo di quel tiranno esoso che era il ragionier Linetti. Così mi affrettai a cercare chi avrebbe potuto sostituirmi validamente. La scelta cadde su una persona che conoscevo bene, perché vecchio amico e collega, anche lui ex dipendente Moto Fides, di nome Lindo Sandroni, che accettò l'incarico con piacere e con altrettanto piacere fu accolto dal Linetti.

A questo punto, dopo appena undici mesi trascorsi come direttore tecnico del calzificio Eucalza, non ho nulla da aggiungere che sia in qualche modo degno di nota, salvo il fatto di aver conosciuto, nella persona del mio datore di lavoro, un individuo dalle molteplici, incredibili ed imprevedibili stranezze, che non dimenticherò mai.

Prima del mio trasferimento a Milano restai ancora alcuni giorni all'Eucalza per il passaggio delle consegne al mio sostituto Lindo Sandroni, al quale fornii un'illustrazione generale e dettagliata dell'organizzazione e del personale addetto, e ovviamente una chiara e minuta spiegazione tecnica di tutto il macchinario.

Nel frattempo la direzione del calzificio Nobis mi informava dell'imminente arrivo dalla Germania del famoso telaio, unitamente a tre tecnici tedeschi, per cui era necessaria la mia presenza per poter seguire le operazioni di scarico e la sistemazione dei vari gruppi meccanici. Cominciò così la mia assunzione ufficiale presso il calzificio Nobis di Milano.

I primi tempi furono particolarmente faticosi, per prima cosa per dover raggiungere il posto di lavoro da Brescia, percorrendo il tragitto ogni giorno col treno. Finalmente, dopo poco più di un mese, fu possibile fare il trasloco a Milano, in un comodo e nuovo appartamento nelle vicinanze del calzificio. Eravamo nel 1957. Intanto io seguivo con la massima attenzione le fasi del montaggio dei vari gruppi che i tecnici tedeschi sistemavano con grande meticolosità e precisione e a suo tempo seguii con la più grande attenzione, prendendo anche vari appunti, la registrazione finale, e poi la messa in produzione del telaio, che ogni trenta minuti dava l'incredibile produzione di 36 calze. Erano trascorsi quattro mesi dall'inizio, i tecnici tedeschi erano ormai rientrati in Germania ed io, superate le difficoltà dell'apprendistato, mi sentivo sicuro ed all'altezza del compito assegnatomi. Anche il proprietario del calzificio, signor Siboni, mi dimostrava il suo compiacimento. In questo nuovo posto di lavoro, dopo i primi mesi di assestamento, la situazione era più che soddisfacente, tanto migliore di quella sofferta in precedenza a Brescia.

Il nuovo appartamento, situato al sesto piano di un condominio di recente costruzione, era composto da due camere da letto, soggiorno, cucina abitabile, bagno. Al termine del breve corridoio d'ingresso c'era un provvidenziale e assai spazioso ripostiglio, dove mi fu possibile sistemare il mio piccolo banco di lavoro con tutti i miei attrezzi, che finalmente mi avrebbero permesso, nel tempo libero, di dare sfogo alla mia grande passione liutistica interrotta a Livorno poco più di un anno prima. Così, fra l'altro, avrei potuto portare a termine la costruzione di un violoncello già iniziato a Livorno nei primi anni '50.

Inoltre la circostanza che il lavoro mi aveva fatto approdare nella grande Milano mi fece d'improvviso ricordare un mio collega ed amico violista, tale Aleardo Sgubbi, che viveva a Milano. L'avevo conosciuto a Pisa negli anni '30 in occasione delle consuete stagioni quaresimali di opere liriche, alle quali partecipavo pure io come viola di fila e compagno di leggio di Sgubbi. Consultando l'elenco telefonico mi fu facile rintracciarlo e con il piacere di entrambi fu stabilito il giorno del nostro incontro, che avvenne di lì a poco. Con grandi effusioni affettuose, felicitandoci a vicenda di ritrovarci sani e salvi, dopo tanti anni, con in mezzo una lunga e tremenda guerra.

Egli mi informò brevemente delle sue vicende e che dopo la fine della guerra aveva avuto la fortuna di sistemarsi professionalmente, in qualità di violista in seno all'orchestra sinfonica della RAI di Milano. Io, al tempo stesso, in poche parole gli raccontai di come, a causa della guerra e altre vicissitudini, avessi dovuto, mio malgrado, rinunciare alla professione di violista, optando invece per quella di operaio meccanico, senza però dimenticare l'altra mia grande passione per la liuteria. Gli raccontai di come, nei pochi ritagli di tempo, mi dedicavo al suo studio e perfezionamento, di come nei primi anni del dopoguerra ero riuscito ad ottenere lusinghieri successi. Detto ciò lui espresse il desiderio e la curiosità di conoscere i miei lavori. La sua visita avvenne una settimana dopo e devo dire che io ne rimasi veramente sorpreso. Dopo aver apprezzato con molti elogi il grado artistico della lavorazione, rimase stupefatto e meravigliato delle qualità acustiche dei miei strumenti. Naturalmente lui ne parlò ai colleghi orchestrali, esaltando i miei lavori e stuzzicando la loro curiosità.

Nel frattempo avevo portato a termine la costruzione del violoncello iniziato a Livorno anni prima. Informai di ciò il mio amico Sgubbi, che venne immediatamente assieme ad un bravo violoncellista scaligero, pensionato da pochi mesi e che rimase stupito delle insolite qualità acustiche dello strumento. Detto violoncello, una volta verniciato e rifinito in tutti i suoi particolari, lo presentai al Concorso Biennale di Liuteria Artistica svoltosi a Cremona nel 1971, ottenendo il primo premio.

Intanto il mio nome cominciò ad essere conosciuto ai professionisti delle varie orchestre della città, per il fatto che avevo eseguito alcuni importanti restauri di strumenti antichi di una certa importanza. Inoltre non tralasciai, quando il tempo me lo permetteva, di esercitarmi nello studio della viola, anche perché avevo avuto l'occasione, per mezzo di un violoncellista, di essere introdotto in casa di un certo dottor Cartago, ottimo violinista amatore e la cui moglie era diplomata in pianoforte. Entrambi amanti e cultori della musica classica da camera. Con loro, assieme al violoncellista scaligero, ci riunivamo quasi tutte le settimane trascorrendo ore indimenticabili eseguendo musica per quartetto con pianoforte.

Intanto il mio lavoro presso il calzificio Nobis, dopo tre anni di duro lavoro, era giunto al limite della mia sopportazione a causa delle esigenze sempre più pressanti da parte del proprietario. A questo punto però la fortuna mi venne incontro inaspettatamente. Era una domenica del mese di aprile del 1960, nel periodo della fiera campionaria. La curiosità mi spinse a visitare alcuni padiglioni della meccanica tessile, essendo venuto a conoscenza che vi erano esposte macchine circolari per la tessitura di calze in nylon per donna, cosiddette tubolari. Tali macchine, che rappresentavano una novità assoluta, erano presentate, funzionanti, dalla ditta Giorgio Billi di Firenze. Rimasi colpito osservando il loro funzionamento: ogni sette minuti usciva una calza. Al tecnico presente nello stand chiesi alcune caratteristiche di queste miracolose e rivoluzionarie macchine. Il tecnico mi informò che di lì a poco avrei potuto avere informazioni più dettagliate sul loro funzionamento direttamente dal capo reparto della ditta Billi, allontanatosi temporaneamente per andare al bar a bere un caffè. La mia sorpresa fu grande quando, dopo qualche minuto, riconobbi nelle vesti del capo reparto un mio caro amico e collega degli anni trenta, quando entrambi eravamo al silurificio Moto Fides di Livorno.

È ovvio che ciascuno di noi fece in breve il proprio racconto dei fatti salienti vissuti negli ultimi decenni. Al finale però mi esortò e mi consigliò, da vero amico e collega, di liberarmi al più presto dell'odioso lavoro di capo reparto del calzificio Nobis e senza indugio, conoscendo le mie capacità, mi propose di entrare a far parte della ditta Billi al più presto possibile, e che lui stesso avrebbe pensato alle pratiche per l'immediata assunzione con uno stipendio vantaggioso. Accettai con immenso piacere e nel giugno dello stesso anno 1960 fui regolarmente assunto, in qualità di tecnico specializzato. Cominciava a questo punto un nuovo genere di lavoro, che si sarebbe protratto fino all'anno del mio pensionamento, gennaio 1971.

XX PARTE - Il giro del mondo

Dopo un breve periodo di pratica nello stabilimento di Firenze fui trasferito a Brescia presso la ditta Samo, incaricata della costruzione di nuovi ed importanti congegni meccanici da applicare alle macchine per consentire loro ulteriori miglioramenti. Ritornato in sede a Firenze nei primi mesi del 1962 fui incaricato della mia prima ed importante trasferta presso il principale calzificio della Germania occidentale, situato nella piccola città di Neustadt col nome di calzificio Erge.

Questo immenso calzificio, all'estrema periferia della cittadina, era completamente recintato. All'interno c'era un certo numero di piccole ma graziose villette, abitate prevalentemente dai capi reparto con le proprie famiglie; c'era anche un grande ristorante, un bar ed un piccolo albergo per i clienti più importanti, dove anch'io ero alloggiato. Non mancavano naturalmente graziosi viali e numerosi minuscoli giardini copiosamente e variamente fioriti. Per avere un'idea della grandezza di questo complesso basti sapere che la produzione giornaliera di calze di nylon per donna e calzini per uomo e bambini si aggirava intorno alle diecimila dozzine di paia, lavorando giorno e notte su tre turni di otto ore ciascuno.

Dopo alcuni mesi di permanenza in Germania rientrai in sede a Firenze per qualche settimana.

La trasferta successiva fu alla volta di Bruxelles, solamente per una settimana, con l'incarico di revisionare alcune macchine installate precedentemente da un mio collega.

Dopo la breve sosta in Belgio il mio viaggio doveva proseguire per il Canada, nella città di Montreal, per l'installazione di una ventina di macchine presso un calzificio di proprietà di un simpatico e ricco jugoslavo, il signor Bosina. La partenza da Bruxelles per il Canada fu assai singolare, per la casualità di avvenire di venerdì 17 alle ore 17!

Io ero tranquillissimo, non essendo superstizioso, ma comunque su quel Jumbo - gigante quadrimotore ad elica - vi era soltanto una ventina di passeggeri. Fu il mio primo viaggio aereo in un lontano continente e forse il più bello ed il più emozionante, grazie anche allo splendore delle condizioni atmosferiche, che durante le ventidue ore di volo mi permisero di gustare la visione di mutevoli e fantastici panorami insoliti.

Il proprietario del calzificio in persona era ad attendermi all'aeroporto di Montreal. Anziché condurmi in albergo mi portò direttamente a casa di una sua sorella, sposata senza figli, che viveva insieme al marito in una verdeggiante zona residenziale in una delle tante piccole ed eleganti ville con giardino. Mi fu assegnata una cameretta con bagno e la mattina quando mi alzavo trovavo già la colazione pronta e la macchina davanti al cancello con l'autista del calzificio, che ogni giorno veniva a prelevarmi per condurmi sul posto di lavoro. Incontravo i due coniugi che mi ospitavano solamente la sera, giacché loro la mattina si alzavano un'ora prima di me, dovendo raggiungere il posto di lavoro situato in una zona assai distante dall'abitazione.

Il proprietario della fabbrica, Mr. Bosina, persona veramente gentile e affettuosa, molto spesso mi conduceva a cena in ristoranti famosi, oppure, specialmente la domenica, mi invitava a pranzo nella sua sontuosa villa situata in un'elegante zona residenziale, sulla sommità della collina di Montreal, dove viveva assieme alla sua gentile e bella signora.

La gentilezza e la premura nei miei riguardi di queste simpatiche persone erano veramente illimitate, tanto che una domenica mattina mi fu offerta addirittura la possibilità di una gita ad Ottawa, capitale del Canada. Partimmo alle sei del mattino, con un tempo splendido, alla volta di Ottawa, distante da Montreal 250 chilometri. Durante tutto il percorso non incontrammo nessun centro abitato importante, ma una serie di panorami mutevoli e spettacolari di grandi fiumi, laghi, montagne e foreste principalmente di betulle. Ad un certo momento del percorso, costeggiando un grande fiume, notai che in un tratto di esso scorreva, trasportata lentamente dalla corrente, un'enorme distesa di tronchi di betulla, adibiti alla produzione della carta. I tronchi stavano viaggiando verso le cartiere, che si trovavano appunto installate lungo questo ed altri fiumi. Ottawa non è una grande città, ma molto luminosa, pulita, elegante e - degno di nota - il bel palazzo del parlamento, che visitammo salendo anche sulla torre per ammirare il bellissimo panorama, vasto e spettacolare.

Dopo alcuni mesi tornai nuovamente a Montreal, ma presso un'altra ditta, situata in una zona periferica della città, dove rimasi un paio di mesi. Dopo di che, senza fare rientro in Italia, proseguii per gli USA e precisamente a Filadelfia. In questa grande città risiedeva la rappresentanza della ditta Billi per tutti gli stati del Sud America, affidata ad un certo Mr. Fagenbau, abilissimo ingegnere di origine tedesca, nonché capace venditore. La sua accoglienza fu di una gentilezza inaspettata, e pur cercando di sottrarmi io dovetti cedere al suo invito ed accettare la sua ospitalità nella sontuosa villa situata in Rosenpark, la zona più ricercata ed elegante della città. Mi fu assegnata una camera con bagno e fui subito accolto nella famiglia, proprio come un fratello. Oltre all'ingegnere e sua moglie, di origine irlandese, c'erano due figli maschi, di quattro e otto anni. Assieme a questa bella famiglia io trascorsi circa tre mesi indimenticabili. La sveglia era alle sei del mattino e dopo l'abbondante colazione all'americana, l'ingegnere mi accompagnava dal cliente, riprendendomi il pomeriggio alle cinque. La cena era solitamente alle sette ma molto spesso, insieme a tutta la famiglia, andavamo in bei ristoranti fuori città. Altre sere uscivo da solo, per andare al massimo teatro di Filadelfia ad ascoltare un buon concerto della grande e famosa orchestra sinfonica diretta dal maestro Ormendi.

Terminata la trasferta in questa città dove, negli anni seguenti, ritornerò ancora due volte, anziché rientrare in sede fui comandato di proseguire il viaggio per il Sud America e precisamente nella capitale peruviana, Lima.

Questa città è sicuramente una delle più strane al mondo. Innanzitutto il clima: esistono due sole stagioni, sei mesi d'inverno e sei d'estate. Naturalmente, per il fatto che il Sud America si trova nell'emisfero contrario al nostro, contrarie sono anche le stagioni. Infatti i mesi più caldi sono dicembre, gennaio e febbraio, con una temperatura costante di 30-35 gradi. Le feste natalizie ovviamente si festeggiano sulle belle e affollatissime spiagge dell'Oceano Pacifico.

La cosa più strana di questo singolarissimo clima è costituita dal fatto che durante i sei mesi estivi (la stagione fredda) non si ha mai una giornata di pioggia, né una di sole. Il cielo è coperto uniformemente da una spessa nube grigia, che scarica in continuazione una specie di pioggia polverizzata, che bagna come potrebbe bagnare una fitta nebbia, consentendo però una visibilità normale. Il grado di umidità durante questi sei mesi è quasi costante attorno al 95%, con una temperatura di 20-22 gradi. Lima è l'unica città portuale situata sulla lunghissima costa peruviana, sabbiosa e arida. Le vicine colline non sono altro che grandi cumuli sabbiosi, privi di vegetazione anche per via dell'assenza del sole per sei mesi consecutivi. Infatti ogni prodotto agricolo proviene dalla fertile terra degli immensi altipiani andini, situati ad un'altezza di circa 3800 metri.

La popolazione di Lima è visibilmente divisa in due grandi gruppi: alla più squallida e incredibile povertà si contrappone un benessere altrettanto incredibilmente elevato. Il primo gruppo è formato da una moltitudine di centinaia di migliaia di disperati, discesi dagli altipiani con la vana speranza di una vita migliore. Tutta questa massa umana vive accampata all'aperto intorno alla città, formando un enorme semicerchio chiamato "la fascia di Lima". La sporcizia che regna in quest'immensa area è indescrivibile, riducendo l'aria irrespirabile, pregna del tanfo degli escrementi umani sparsi ovunque. Questa moltitudine, tra cui moltissimi i bambini, generalmente nudi, vive e muore su questa fascia, simile ad un'immensa concimaia! L'altra parte della città, nettamente divisa e a debita distanza dalla fascia, si presenta in opulenta agiatezza, ignorando quell'esercito di esseri umani simili ai condannati dell'inferno dantesco.

Ritornai in questa città ancora per due volte. La prima in occasione della fiera del Pacifico, dove erano esposte due nostre macchine, nuovo modello. Io ero incaricato di farle funzionare e descriverne le caratteristiche tecniche ai probabili nuovi clienti.

La terza trasferta nella stessa città di Lima, negli ultimi mesi del 1963, avvenne per l'installazione di trenta macchine acquistate da un solo cliente, il quale al mio arrivo a Lima mi informò che le trenta macchine, giunte già da qualche giorno, si trovavano ferme in dogana, ma che certamente avrebbe potuto sdoganarle entro pochi giorni. Contemporaneamente la mia ditta mi informò telefonicamente che, a causa di errori nei documenti doganali commessi dallo stesso cliente, io ero comandato di restare fermo in Lima, a spese dello stesso cliente, fino alla risoluzione dell'incidente doganale. Per concludere dovetti fare, mio malgrado, il turista per ben quaranta giorni.

Ogni due o tre giorni, regolarmente telefonavo al proprietario del calzificio, che desolato mi rispondeva invariabilmente: nulla di nuovo. Io intanto gironzolavo per la città facendo diapositive nei luoghi più caratteristici, spostandomi a volte fino alla città di Ciossica, distante da Lima trentacinque chilometri, a mille metri d'altezza. Questa cittadina, molto singolare, oltre a non avere mai la pioggia, è sempre illuminata da un sole smagliante, semplicemente per il fatto di trovarsi situata ad un'altezza al di sopra della grande nube che oscura la costa peruviana per sei mesi consecutivi. Un bel giorno, di questa quarantena turistica, decisi di fare il viaggio più singolare e strano esistente e cioè partire in treno da Lima, ossia al livello del mare, e salire con esso sull'immensa catena delle Ande fino ai cinquemila metri d'altezza e discendere quindi sullo sconfinato altipiano andino a quota tremilaottocento.

Su questa sterminata pianura, cosparsa di piccoli e grandi paesi molto caratteristici, si può ammirare un insolito e mutevole paesaggio con una natura dai vivacissimi colori. Il tutto contornato da una cornice di ciclopiche montagne dalle cime innevate, alte oltre seimila metri, che si stagliano con profili netti contro l'azzurro del cielo limpido. Piccoli torrenti e grandi fiumi discendenti dalle cime convergono, dopo centinaia di chilometri, in numerosi laghi, dai quali escono nuovamente per finire nel grandioso lago Titicaca, che si snoda per una lunghezza di centocinquanta chilometri, con una larghezza massima di settanta, situato all'altezza di tremilaottocento metri.

Devo premettere che il giorno prima della mia partenza da Lima, per misura precauzionale, informai il rappresentante della ditta Billi di questa mia escursione andina. Egli, augurandomi una buona vacanza, mi raccomandò di riposare tranquillamente durante il viaggio e possibilmente cercare di dormire per evitare possibili disturbi di cuore. Non ci pensai nemmeno lontanamente! E durante le numerose fermate del lungo viaggio scendevo regolarmente per scattare fotografie e mi agitavo. Una volta giunti alla fermata posta sul valico, a quota cinquemila, la sosta fu di una buona mezz'ora, necessaria per il normale rifornimento d'acqua e carbon fossile per la locomotiva, naturalmente a vapore, e per dare ai viaggiatori l'opportunità di potersi rifocillare con una bevanda calda, essendo questa l'unica stazione provvista di un piccolo bar.

Una volta giunto a destinazione nella piccola città di Huancayo, sull'altipiano all'altezza di tremilaottocento metri, mi sistemai nel piccolo ed unico albergo esistente. Poi uscii di nuovo per scattare ancora qualche foto nella cittadina, rientrando definitivamente in albergo verso le nove. Dopo aver cenato di buon appetito, gustando fra l'altro un assortimento di frutta tropicale, e dopo aver chiacchierato a lungo con l'oste, salii in camera che era quasi mezzanotte. Una mezz'ora dopo essermi coricato avvertii che le pulsazioni del cuore stavano accelerando, tanto che nel giro di pochi minuti dovetti alzarmi; respiravo a fatica e le pulsazioni erano così frequenti da rendere impossibile il poterle controllare. Ero veramente spaventato. Chiamai l'albergatore, al quale feci presente il mio stato, pregandolo vivamente e senza indugio di procurarmi un mezzo di trasporto qualsiasi per ritornare a Lima al più presto possibile.

In ogni modo mi assicurò che si sarebbe informato immediatamente se vi fosse un posto libero nel taxi collettivo giornaliero, in partenza ogni mattina alle sei per Lima.

In meno di un'ora ebbi fortunatamente la risposta positiva dell'albergatore. Egli stesso fissò e pagò la prenotazione per l'unico posto libero. Non potrò mai dimenticare le lunghissime ore di quella notte, trascorse prima di partire per Lima. Alle sei del mattino finalmente la partenza. Le prime cinque ore di viaggio furono d'incredibile sofferenza, anche perché bisogna sapere che a quel tempo, e quasi certamente anche oggi, le strade non erano asfaltate ma tutte in generale sterrate. Di conseguenza, quando incrociavamo un camion o un'auto, la nostra macchina si riempiva di polvere e per un lungo tratto, per assenza di vento, si proseguiva come immersi in una nube bianca. A tutto questo bisogna aggiungere la poca ossigenazione dell'aria dovuta alla crescente altezza per raggiungere i cinquemila metri del valico.

Comunque, quando fu superato quest'ultimo ostacolo, ero ancora vivo! Ebbe finalmente inizio la lunga discesa verso Lima e - ad un certo momento, all'incirca a quota duemila - il mio cuore ebbe un gran balzo, dandomi l'impressione di essersi arrestato. Ma dopo qualche secondo, grazie a Dio, molto inaspettatamente, riprese a pulsare a ritmo regolare. Ero salvo!

Giunto a Lima, il giorno successivo andai a consultare il miglior cardiologo della città, il quale dopo una visita accurata mi assicurò che non c'era assolutamente nulla di grave, per cui non era necessaria alcuna cura particolare, però mi disse che per la mia sensibilità all'alta quota avevo certamente rischiato il peggio.

Dopo quest'ultima trasferta peruviana fui destinato in Brasile, nella grande San Paolo. Qui ebbi l'occasione di conoscere alcuni eccellenti musicisti amatori, con i quali io, in qualità di violista, trascorsi indimenticabili serate quartettistiche. Queste occasioni non erano inconsuete, ma piuttosto una simpatica abitudine che si ripeteva, quasi sempre per mio interessamento, nei vari paesi dove ero destinato.

In quest'enorme metropoli brasiliana però, oltre ad incontrarmi con ottimi musicisti amatori con i quali collaborai volentieri come violista, avvenne anche un incontro particolare, determinante per il mio futuro professionale di liutaio.

Io, come liutaio e grande appassionato di quest'arte, ero solito informarmi dell'esistenza di eventuali maestri in ciascun paese dove mi capitava di soggiornare. E così, anche a San Paolo, recatomi presso un importante negozio di musica e strumenti, ebbi l'indirizzo dei liutai esistenti nella zona. I fratelli Bertelli, veneti emigrati in Brasile da circa quindici anni, ed un certo Sabatelli, settantenne emigrato dall'Italia all'età di quindici anni.

Fui inoltre informato che il laboratorio di liuteria condotto dai fratelli Bertelli, situato nel centro della città, godeva di una certa notorietà, mentre per il Sabatelli, assai meno famoso, mi fu precisato che si dedicava al restauro di strumenti di fabbrica ed alla costruzione di archi per studenti principianti.

Pochi giorni dopo quest'indagine mi recai al laboratorio dei Bertelli, situato in una zona centrale della città, dove fui accolto con viva cordialità. Durante questo primo incontro, di circa tre ore, ebbi modo di valutare il grado di professionalità sia nello stile liutistico della costruzione, sia nella parte essenziale e cioè l'ottimo risultato acustico.

Inoltre, ammirando un difficile restauro eseguito su di un violino antico, mi congratulai sinceramente con i fratelli Bertelli per la loro encomiabile bravura espressa anche nell'arte del restauro. Quando stavo per congedarmi da loro, vidi, steso per terra contro una parete, un piccolo tronco di legno lungo circa un metro e di colore rosso bruno; chiesi spontaneamente, ma senza molta curiosità, che razza di legno fosse. Il Bertelli molto evasivamente mi rispose: è legno di pernambuco. Io, ignorando assolutamente tale denominazione, chiesi per che cosa fosse impiegato. Così mi rispose: "Si tratta di una qualità di legno particolare e serve soltanto per la costruzione degli archi". Devo confessare che tale risposta mi lasciò del tutto indifferente e, ringraziando i fratelli Bertelli della loro cordiale accoglienza, mi congedai.

Alcuni giorni dopo decisi di recarmi anche dal liutaio Sabatelli, che abitava all'estrema periferia di San Paolo, come dire almeno venticinque chilometri dal centro. In verità, dopo trentacinque chilometri giunsi in aperta campagna, al cospetto di una casa colonica, in mezzo ad un territorio ben coltivato, disseminato di altre case dello stesso stile, distanti una cinquantina di metri l'una dall'altra. Il maestro Sabatelli, di circa settant'anni, gentilissimo, semplice e soprattutto tanto felice di ricevere un vero italiano dopo tantissimi anni, e parlare con tale piacere la madrelingua! Il suo laboratorio, situato nell'abitazione, era una piccola stanza, ma nella buona stagione amava lavorare all'aperto, nel vasto cortile ombreggiato da un platano secolare.

È doveroso che io dica qualcosa in anticipo, fuori tema, di questa simpatica persona buona e semplice, da lui stesso narratami. Suo padre, originario di un piccolo paese dell'Italia centrale, emigrò a Milano assieme alla sua piccola famiglia in cerca di lavoro, quando il piccolo Sabatelli aveva soltanto nove anni. Pochi mesi dopo, per l'interessamento di un conoscente del padre, il ragazzo fu assunto come apprendista liutaio presso la rinomata casa musicale Monzino di Milano. A quel tempo (siamo agli inizi del '900) la ditta Monzino era famosa ed unica in Italia per la costruzione di strumenti ad arco ed a pizzico, dove lavoravano ed insegnavano liutai celebri, fra cui i fratelli Antoniazzi ed altri. Il piccolo Sabatelli, benché dimostrasse una non comune disposizione nella liuteria, fu costretto, suo malgrado, ad interrompere l'apprendistato all'età di soli tredici anni, per varcare l'oceano ed emigrare in Brasile assieme ai genitori, dato che il padre era stato ingaggiato per un lavoro stabile e redditizio. Il nostro bambino Sabatelli, molto coraggiosamente, continuò alla meglio nella liuteria, ma senza mai raggiungere un apprezzabile livello artistico: di ciò egli stesso, per la sua naturale modestia, era dichiaratamente consapevole.

Mentre stavamo parlando della sua attività mi venne fatto di scorgere, appena in un angolo del laboratorio, una piccola vetrina, dentro la quale si scorgevano alcuni archetti. Mi avvicinai per ammirarli e subito il Sabatelli mi informò di averli costruiti lui stesso. Incuriosito, chiesi di provarne uno da violino e subito, con evidente piacere, mi dette uno strumento di sua costruzione assieme ad un arco. Devo subito dire che il violino era appena sufficientemente valido, ma non così l'arco. Impossibile poterlo usare! La bacchetta era talmente molle che con la minima pressione la bacchetta stessa sfregava le corde.

Feci notare al Sabatelli tale deficienza e lui mi rispose di averli costruiti sempre alla stessa maniera, in quanto venivano richiesti per bambini principianti. Pensai che tale difetto di elasticità poteva derivare dall'impiego di un legno particolarmente dolce, ma egli mi assicurò che adoperava il legno di pernambuco. Incuriosito, a questo punto gli chiesi se poteva svelarmi l'esatto procedimento di lavorazione e lui, ben volentieri, mi fece addirittura la dimostrazione pratica ed immediata. Da un angolo del laboratorio, dove stavano appoggiate verticalmente alcune tavole di pernambuco di varie larghezze, ma uguali nello spessore di circa quindici millimetri, il Sabatelli prelevò una di queste, deponendola sul banco di lavoro. Quindi con una sagoma di legno compensato, dal profilo esattamente uguale a quello dell'arco da violino, tracciò il contorno con una matita sulla tavola di pernambuco. Successivamente con una piccola sega a nastro, seguendo la tracciatura, realizzò un arco grezzo con la sua esatta curvatura, a sezione quadrangolare.

Per la finitura, con l'ausilio di lime adatte, riduceva la bacchetta a sezione ottagonale oppure rotonda.

Immediatamente capii l'errore fondamentale di costruzione, producendo in tal modo archi fiacchi, o, come si usa dire in gergo professionale, archi senza nervo. Per concludere pensai istintivamente e immediatamente che la curvatura dell'arco doveva essere ottenuta con il calore, evitando, così facendo, di interrompere la direzione della venatura longitudinale del legno. Nello stesso momento gli chiesi se poteva segare per me una bacchetta a sezione quadra, ma completamente dritta e cioè con la venatura longitudinale naturale in tutta la sua lunghezza.

Molto gentilmente in pochi minuti mi preparò una bacchetta di ottimo pernambuco secondo le mie istruzioni. Congedatomi dal buon Sabatelli feci ritorno in albergo con il fermo proposito di costruire un arco. Ma allora neppure lontanamente potevo pensare che sarei poi diventato un archettaio professionista!

Terminata la trasferta brasiliana (marzo 1967) il mio nascente arco mi avrebbe accompagnato fedelmente in vari altri paesi, per concludersi in Giappone, nella città di Osaka, verso la fine del 1970. La costruzione completa di questo mio capolavoro si era protratta per oltre tre anni, ma ancora restava da risolvere l'ultimo problema: la difficile ed importante operazione della curvatura a caldo. Ma come poter creare una sorgente di calore assai superiore ai cento gradi? Che fare?

Ero alloggiato al Miako Hotel di Osaka, uno dei più grandi e lussuosi alberghi del centro città. Con molta determinazione, anche se ciò che avevo pensato di fare poteva recarmi serie conseguenze, uscii dall'albergo in cerca di una farmacia dove mi procurai del cotone idrofilo ed una confezione di alcol denaturato. Rientrato in albergo avvertii il personale che non volevo essere disturbato per nessuna ragione, avendo bisogno di riposare alcune ore.

Su di un piccolo tavolo della mia camera si trovava un portacenere di vetro spesso, di forma rotonda e sufficientemente profondo, quindi adatto al mio scopo. Con il cotone idrofilo confezionai un discreto batuffolo rotondeggiante e compresso, lo posi nel portacenere e lo inzuppai con una buona dose di alcol. Il semplice concorso di un fiammifero fece il resto. Con la mia più grande gioia fui in grado di ottenere una bella fiamma compatta alta circa venti centimetri e con moltissima pazienza, ripetendo l'operazione più volte, ottenni la giusta curvatura del mio primo magico arco.

Era l'ottobre del 1970 quando, conclusasi la mia vita errabonda, rientrai definitivamente in Italia. Uno dei miei primi desideri fu di procurarmi un tallone da viola per poter finalmente completare l'arco, con la sua impugnatura ed incrinatura.

Il successo fu sbalorditivo. I vari professionisti che lo provarono lo giudicarono addirittura eccezionale!

Ormai questa stupenda arte mi era entrata nel sangue e mi era impossibile respingerla. Così quando di lì a poco andai in pensione, dal gennaio del 1971, al compimento dei sessant'anni, mi dedicai completamente alla costruzione degli archi, pur non abbandonando del tutto la liuteria. Infatti nel periodo che seguì feci qualche violino, alcune viole e due violoncelli.

Mi piace tornare un po' indietro negli anni '60, per ricordare quanti musicisti amatori ho incontrato girando il mondo e con loro, come accennato in altre pagine di questa mia storia, quante indimenticabili serate ho trascorso facendo dilettevole musica, in tanti paesi della terra: Giappone, USA, Canada, Perù, Brasile, Uruguay, Ungheria, Bulgaria, Russia, Turchia, Persia, Germania, oltre a quasi tutti gli stati europei.

A Berlino, dove mi sono fermato in varie riprese per complessivi otto mesi, ogni settimana ero immancabilmente al concerto della filarmonica dei Berliner, diretta dal grande Von Karaian. In questa città, capitale della musica, c'era la possibilità di ascoltare concerti ogni sera, organizzati da varie società concertistiche. In più, ogni domenica mattina alle undici c'era il concerto dell'orchestra sinfonica della radio di stato, diretta dal notissimo maestro Lori Manzel.

XXI Parte - Maître Archettier

All'inizio del 1971, pensionato, avendo in casa già da qualche anno alcuni strumenti in stato di avanzata costruzione, pensai innanzi tutto di portarli a termine: la finitura completa, la verniciatura, ecc. ma nel frattempo iniziai a dedicarmi anche alla costruzione degli archi.

Lavoravo con un piacere indicibile dodici e più ore al giorno, alternando, secondo la voglia del momento, gli archi agli strumenti.

Il 1971 inoltre coincideva col tradizionale concorso biennale di liuteria contemporanea, che si svolgeva ovviamente nella città di Cremona. Io, benché avessi avuto pochi mesi di tempo a disposizione, fui comunque in grado di presentarmi con un violoncello, una viola e un violino, più due archi. La mia sorpresa fu grande e inaspettata: primo premio con medaglia d'oro!

Però l'arte che riguarda la magica costruzione dell'arco mi affascinava con una forza irresistibile, incoraggiato anche dai positivi risultati di qualità, tanto che la richiesta dei miei archi da parte di professionisti era in continuo aumento, al punto da interessare eminenti solisti come Salvatore Accardo, Uto Ughi, Rocco Filippini, Cesare Ferraresi, Ruggero Ricci, Marco Rizzi ed altri ancora, compresi professionisti stranieri.

Nell'anno 1973, sempre a Cremona, in occasione del consueto concorso biennale di liuteria moderna, partecipai nuovamente presentando un violino e tre archi, conquistando per la seconda volta un primo premio con medaglia d'oro.

Nei concorsi successivi fui invitato, quale ospite d'onore fuori concorso, ad esporre una campionatura della mia produzione artistica. Accettai con gran piacere, lusingato di tanto onore, esponendo per tre volte consecutive una serie di ventiquattro archi della mia migliore produzione. In queste occasioni il successo e l'apprezzamento delle mie opere fu sempre lusinghiero e al di sopra di ogni aspettativa.

La richiesta dei miei archi era in continuo aumento ed il mio impegno lavorativo era di conseguenza elevato. Ciò non ostante decisi di affiancare lo studio della viola, almeno un'ora al giorno, riattivando in parte quella tecnica perduta in tanti anni di lavori pesanti.

Tra i miei numerosi clienti un buon numero era rappresentato da musicisti professori di strumenti ad arco, appartenenti all'orchestra sinfonica della RAI, come pure molti professori scaligeri. Tra di loro un violista della RAI, il già citato amico Sgubbi, che conobbi a Pisa negli anni '30 (probabilmente era il 1934) in occasione della consueta stagione lirica di quaresima, cioè quaranta giorni, che si ripeteva ogni anno al teatro Verdi della mia città natale. Sgubbi era solito venire spesso a casa mia, non soltanto per la nostra vecchia amicizia, ma principalmente per ragioni di lavoro, per esempio incrinature di archi suoi e dei suoi colleghi, e ugualmente per vari piccoli restauri di strumenti. In una di queste sue frequenti visite di lavoro gli chiesi se, a scopo dilettevole, voleva suonare con me, sostenendo la parte di violino dei bellissimi duetti per violino e viola di Mozart. Accettò di buon grado, rimanendo alla fine assai sorpreso della mia esecuzione, per la buona qualità dimostrata.

In altre occasioni mi esibii nelle suite per viola sola di Bach ed altri brani di musica per viola. Fu così che dopo qualche altra mia esibizione mi propose, se mi poteva interessare, di partecipare come violista aggiunto per brevi periodi alternati presso l'orchestra sinfonica della RAI di Milano.

Fui naturalmente sorpreso della proposta di lavoro, dichiarandogli che non mi sentivo all'altezza di un tale importante impegno, poiché le mie qualità non si potevano certo paragonare a quelle che avevo negli anni '30 e '40. L'amico Sgubbi mi assicurò e mi esortò a non preoccuparmi, dicendomi che io mi potevo tranquillamente considerare all'altezza del compito, senza alcun dubbio. Mi dichiarò inoltre che egli stesso, quale membro del sindacato musicisti, si sarebbe interessato ed avrebbe proposto il mio nome, garantendo le mie capacità professionali.

In breve fui scritturato come violista, per un periodo di tre settimane, nell'orchestra sinfonica della RAI diretta dal bravo maestro Maderna. Fui assegnato ad uno degli ultimi leggii, assieme ad un'anziana signora. Di questa mia prima scrittura devo dire una sola verità, tralasciandone parecchie altre: durante tutto il periodo (le tre settimane) non sono mai riuscito a percepire alcun suono della mia compagna di leggio! Non voglio fare altri commenti anche a proposito di altri professori, abbastanza simili alla mia collega. Fui scritturato tante altre volte, in leggii più avanzati, fino a che il mio intenso lavoro di archettaio non mi permise più queste brevi uscite musicali.

Infatti la richiesta delle mie opere giungeva da ogni parte a ritmo crescente; e crescente ovviamente era il mio impegno di lavoro, che mi costringeva all'applicazione della mia arte a tempo pieno. In ogni modo non avvertivo il minimo disagio o stanchezza. Lavoravo con un piacere e una passione incredibili, cercando sempre la perfezione, che però non sono mai riuscito a raggiungere come io la concepivo nella mia mente.

Uno dei miei crucci, per non dire delusioni, è stata la fortuna di avere ben sette nipoti, senza che nessuno di essi abbia avuto in dono dalla natura l'estro artistico di poter trasformare la materia legno in una preziosa opera d'arte. Per me sarebbe stata una gran felicità fare da maestro almeno ad uno di essi, ed avere la continuazione del nome Bechini in quest'arte così nobile e pregiata.

Io, senza alcun sintomo di stanchezza, ho continuato con maggior lena e con tanto entusiasmo, confortato dall'apprezzamento di una crescente clientela, tra cui numerosi artisti italiani e stranieri di fama mondiale.

Da parte mia ho sempre cercato di aiutare professionisti bisognosi ed in special modo i giovani talenti, donando loro, con il più grande piacere, i frutti della mia arte.

Nel 1978, in occasione del 14° concorso nazionale per studenti violinisti, tenutosi nella città di Vittorio Veneto, donai al vincitore del primo premio un mio arco appositamente costruito ed aggiudicato al giovane violinista Marco Fornaciari, al quale, oltre che ricevere il premio del concorso di lire 550 mila, fu anche donato un meraviglioso violino costruito e offerto dal maestro liutaio Luigi Lanaro. A titolo di cronaca è doveroso ricordare che oggi il violinista Fornaciari è un valente concertista, nonché violino di spalla della celebre orchestra da camera I Solisti Veneti.

Dieci anni dopo, il 25 aprile 1988, anniversario della liberazione, fu bandito un concorso nella città di Bollate (Milano) dal titolo Una città per un giovane talento. Anche in occasione di questa lodevole iniziativa con gran piacere e con tutto il cuore donai un mio arco al bravo violinista diciassettenne Stefano Barneschi, primo classificato.

Nel 1990, per la consueta serie di concerti della società Serate Musicali che svolgeva la sua attività nella sala Verdi dell'omonimo conservatorio di Milano, si presentò una bambina quattordicenne, violinista prodigio. Il suo nome è Mila Georgieva, nata a Sofia (Bulgaria) nel 1977 dove fu allieva del padre, professore violinista dell'orchestra sinfonica di Sofia. Il concerto di questa bambina prodigio in quella lontana e indimenticabile serata fu di un successo strepitoso; ricordo che il programma era irto di grandi difficoltà tecniche, superate con una perizia da gran solista.

Dopo il concerto corsi nel camerino di Mila per complimentarmi con questa minuta ragazzina, anche se già grande artista, qualificandomi come archettaio. Le chiesi se poteva mostrarmi il suo arco per la curiosità di osservarne le qualità attive più importanti. Restai sorpreso constatandone la notevole inefficienza, assolutamente non idoneo per una solista della sua classe. Quella sera stessa, alla presenza della sua mamma, le promisi di costruire e regalarle un arco idoneo per la sua magica mano.

Infatti, alcuni mesi dopo, fu nuovamente scritturata per un altro concerto al teatro Manzoni di Milano, e proprio in tale occasione, nel teatro stesso, ci fu la cerimonia del dono e la felicissima inaugurazione dell'arco impugnato dalla miracolosa mano della piccola grande artista. Da quel momento Mila mi ha sempre dimostrato il suo affetto e la sua riconoscenza, scrivendomi da diverse parti del mondo dove era chiamata ad esibirsi.

Nel 1991, dopo quasi due anni, tornò nuovamente a Milano, scritturata ancora dalla società Serate Musicali. Nel concerto era impegnata come violino solista e come direttrice dell'Orchestra da Camera Europea, per l'esecuzione, fra l'altro, delle Quattro Stagioni di Vivaldi, con strabiliante successo.

La notizia più fantastica di questo personaggio, comunicatami dalla sua stessa voce, fu quando mi disse di essere stata proclamata vincitrice della borsa di studio presso la prestigiosa scuola Julliard di New York, sotto l'insegnamento della grande e famosa maestra Dorothy Delay.

Alcuni mesi dopo mi informò che l'insegnante, ben apprezzando favorevolmente il mio arco, considerandolo giustamente nervoso per l'esecuzione della musica brillante, giudicava però necessario un secondo arco più morbido e più pesante, per l'esecuzione della musica barocca, ed in particolare per le sonate di violino solo di Bach. Poco tempo dopo, durante le vacanze natalizie, oltre al piacere di vedere nuovamente Mila ebbi la possibilità di accontentarla, donandole con tutto il cuore un arco veramente ideale per la sua tecnica. Lo scelse lei dopo innumerevoli prove, tra una quindicina di esemplari.

Da allora sono trascorsi quasi tre anni, durante i quali ho ricevuto da questa splendida solista alcune lettere e molte cartoline, sempre con parole piene di affetto. E poi non dimentica di spedirmi le sue registrazioni, alcune delle quali in semplici cassette, altre in CD e altre ancora in video cassette. L'ultimo video contiene il famoso concerto per violino e orchestra, opera 64 di Mendelssohn e l'introduzione e rondò capriccioso di Saint-Saëns, opera 28 con l'orchestra sinfonica di Sofia.

L'ultima donazione di un mio arco è avvenuta recentemente, in occasione del 1° Concorso Nazionale di Violoncello Furio Gallani, svoltosi a Lodi nell'ottobre 1994. Al concorso, considerato di alto livello artistico, hanno fatto richiesta di partecipazione oltre cinquanta violoncellisti provenienti da ogni regione italiana, ma soltanto trentadue sono stati ammessi alla prova finale dopo essere stati giudicati da una commissione di ottimo livello, composta di eminenti musicisti di valore internazionale fra cui il violoncellista Mario Brunello (vincitore del primo premio al concorso internazionale di Mosca).

Il primo premio del concorso Furio Gallani è stato assegnato all'unanimità al ventiduenne violoncellista Valerio Taddeo di Roma, consistente in una somma di cinque milioni e, in aggiunta, di un mio arco da violoncello offerto per l'occasione. Considerando che l'arco deve avere importanti requisiti adatti alla tecnica personale di ogni artista, è essenziale che l'artista stesso possa scegliere il suo preferito tra una rosa di diversi esemplari. Così in quest'occasione ho pensato bene di consegnare al vincitore, invece dell'arco, una lettera d'impegno, che è stata letta pubblicamente dalla commissione giudicante ed accolta con grandi applausi dal folto pubblico presente nel teatro.